Società

Cadavere in foto

Ha fatto discutere, qualche giorno fa, quella madre che ha postato su FB la foto della figlia cadavere. Fa discutere la presenza della foto, ma anche le parole che la accompagnano. Alla prima visione e lettura di questo post mi ha assalito una sensazione di completo distacco emotivo, una completa anaffettività, ma anche una impressione di inutilità. Ho riflettuto e pensato ad una forma di “sfogo” del dolore. In piú è sopraggiunto un senso di inopportuitá alla notizia che riporta di una  autopsia da cui pare non emerga  una causa di morte che la correli ad un evento delittuoso o a chissà quale vizio o malcomportamento, indotto da chissà quale nefasta frequentazione, come il post della madre vorrebbe sentenziare. Un giornalista radiofonico, nel suo quotidiano appuntamento, accosta questo post all’esposizione del lutto, come già arcaicamente veniva fatto, come fosse una moderna trasposizione di quella usanza. Ma di questa morte comune (anche se tragica per l’età della ragazza e per il fatto che lei fosse incinta) ed anonima quale sarebbe stato il destino senza quella foto e quel post? Probabilmente l’evento sarebbe stato trattato con un paio di righe in più di un necrologio. Questo clamore, che cesserà fra pochi giorni però fa riflettere: sulle forze scatenate dal dolore, sull’impatto che i social media hanno e sempre di più avranno nella nostra vita sociale, sul vissuto che i genitori hanno rispetto alla vita ed alle scelte dei propri figli adulti. La forza del dolore è ancora e sarà sempre un motore impetuoso e spesso irrazionale; esprimere a caldo su un social media, da parte di un adulto d’estrazione pre-internet, questo sentimento, può mostrare come questi canali stiano permeando il nostro presente e di come lo faranno in futuro: un megafono per i nostri pensieri, una vasta audience per il nostro piccolo mondo che ora può raggiungere luoghi e persone a noi sconosciute e lontane, i nostri isignificanti incipit che scatenano commenti, discussioni, valutazioni, come fossimo grandi e preparati anchormen. Mi ha colpito l’astio di questa madre nei confronti della cerchia di persone prossime alla figlia, descritta vittima di chissà quale traviamento. Ma l’esposizione del cadavere, senza il rispetto dovuto alla persona che non c’è più, non è forse peggio?

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