Racconto

Milano-Firenze: non sono abituato alla tregua

Da molti anni non partecipo ad un congresso e, anche se non li amo, mi rendo conto che sono utili occasione di aggiornamento su novità cliniche e terapeutiche o semplici puntualizzazioni e revisioni. Non amo muovermi solitario anche se adoro utilizzare il treno, soprattutto se posso sfruttare un tavolino e scrivere un pre-post cartaceo (questa sera lo tradurrò in digitale prima di addormentarmi). Come sempre lo spostamento in metropolitana è stato tranquillo, non particolarmente affollato e con i soliti esempi di varia umanità, che solo una metropoli può fornire. L’attentato di ieri a Londra sembra un eco lontano ricordato e rinnovato dagli annunci riguardanti l’abbandono di borse o zaini in stazione.  Non ho notato controlli particolari in giro e la metro mi pare affollata come sempre . Un posto ideale per attentare. Tutti sono coinvolti dal proprio smartphone, per una chiamata, per un messaggio o per consultare il proprio social-media preferito. Rapidamente raggiungo la stazione affollatissima di borse e trolleys, sparsi dappertutto, e con loro l’umanità che le accompagna. Sono stordito dai rumori, dalle puzze, dalle chiacchiere, dalle urla e dai richiami. I leds, fini  e scintillanti scorrono elencando tipologie di treno, destinazioni, orari e tappe. Schermi pubblicitari giganteschi e abbaglianti diffondono una luce artificiale e “spezzettata”. È una vera bolgia. Il mio treno è annunciato dai leds e quindi mi avvio lungo il terminal. Alla mia sinistra scorrono le carrozze di un lungo treno rosso, ad alta velocità. Trascino il mio trolley, un po’ confuso, un po’ insicuro: continuo a girarmi attorno controllando. Salgo nella carrozza 3 e trovo il posto dove sedermi: 11A. Finalmente mi accomodo, preparo la mia bottiglietta d’acqua, lo smartphone. Poi ripongo il trolley. Mi siedo e comincio a scrivere con un tratto blu morbido e con una calligrafia provata dallo scarso utilizzo. Ogni passeggero si sistema, comincia a leggere, ad utilizzare il personal computer, ad indossare le cuffie per la musica o per rispondere alle chiamate. Mi piace questo uscire dalla routine, questo allontanamento dalla famiglia e dai miei weekend scanditi da impegni domestici. L’occasione a di raccogliere le idee e scrivere un post è di per sé rilassante, ma a questo si aggiunge il piacere di venir cullato dal basculare del treno che taglia alla città, allontanandosene, immergendosi in un uggioso crepuscolo tipicamente milanese. Credo che arriverò a Firenze affamato, ma anche  ritemprato dopo la giornata lavorativa. Non so cosa mi aspetta ma questo è un altro piacevole risvolto della serata. Mi fermo a raccogliere qualche idea e sensazione: riprenderò a scrivere più tardi.

Passata Bologna il treno taglia l’oscurità delle prime ore della sera, deciso verso la sua meta. I passeggeri sono affaccendati con le proprie chiacchiere, i propri smartphone. La luce di casolari puntiformi, fuori la finestra. La frenesia dell’alta velocità rende conto della modernità e accorcia le distanze consumando tempo e spazio. La musica nelle mie orecchie scandisce lo scorrere dei miei pensieri ed il ritmo del cadere delle lettere sul foglio. Questo mese non ho postato molto, non sono stato ispirato, forse perché sono meno triste e la tristezza, per un “sad ghost blog”, è un ingrediente quasi vitale. Dovrei essere soddisfatto di una tregua ai cupi pensieri, ma il sollievo non riempie alcuni spazi lasciati vuoti e abitualmente occupati dal tepore della malinconia. Non  sono abituato alla tregua.

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