Case Popolari, Racconto

Prima constatazione

La prima volta che mi sono trovato a certificare una morte ero da poco laureato. Un pomeriggio dopo una guardia notturna venni svegliato dal rumore del citofono: mi si chiedeva la disponibilità a certificare un decesso. Sceso nel cortile di casa popolare mi aspettava un magistrato. Il medico legale era impegnato a Milano sul luogo di un delitto e quindi non sarebbe stato disponibile che di li a qualche ora. Un equipaggio di “croce”, dove svolgevo la mia attività alcune notti la settimana, mi aveva nominato. Mi ricordo come fosse oggi il mio grado di timore al cospetto di questo magistrato: dirigeva con sicurezza consumata i rilievi nel solaio dove un carabiniere mi aveva condotto. Gentile Dottore, grazie del tempo che mi dedica. Gentile e comprensivo aveva intuito la mia inesperienza e forse temeva la mia reazione di sgomento o ribrezzo. Niente di tutto questo. Conoscevo benissimo il ragazzo morto. Nell’indossare i guanti di lattice fissai nella memoria l’immagine dell’istante. Nella penombra, a lato di una porticina e del lucernario, sedeva rigido ma abbandonato Salvatore, con la “spada” ancora inserita in una vena arida di vita, in quella posizione dall’ultimo anelito di vita. Diffuse macchie di kaposi e le prime declivi per il tempo trascorso da quell’anelito. Lo sbilanciai nell’atto formale di palpare la carotide. E si riversò sul fianco come fosse un unico blocco di legno con un tonfo sordo. Prima di raddrizzarlo del tutto udii una voce: non toccarlo ci penso io, sono un suo amico. Un attimo e un carabiniere bloccava un ragazzo che conoscevo bene e che sarebbe morto a sua volta di lì a qualche mese. Il carabiniere lo teneva fermo e minaccioso. Con sguardo severo, glaciale e sprezzante gli disse poche parole che non scorderò mai: Bell’amico! Vattene schifoso! E lo scaraventò oltre la porta del solaio verso la tromba delle scale. Si allontanò gelato e mesto, almeno quanto me.

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