Un pomeriggio assolato, lontano dai soliti borghi frequentati dell’alta Lomellina. Cielo terso, solcato da qualche raro cirro. Sono alla ricerca di riso, riso “Rosa Marchetti” per qualche nuova ricetta: ne ho sentito parlare, una varietà autoctona, una volta molto presente in Lomellina ma ora recuperata soprattutto dall’agricoltura biologica.  Passo Cilavegna, Albonese e mi ritrovo a Nicorvo, la mia meta: mi inoltro nella campagna circostante e imbocco una strada sterrata per raggiungere l’azienda produttrice. Sono presto al cascinale dalla corte assolata con macchine e macchinari ordinati sotto una tettoia. Ci sono un paio di silo e due meticci abbaianti ostacolano il mio transito. Un colpo di clackson e si spostano decidendo di  scortarmi. Come spesso accade l’azienda è gestita da una giovane coppia con bambini piccoli e alla ricerca di un modo di vivere possibilmente “green”: stile di vita ed educazione. La solita descrizione della mission, un opuscolo, tanta passione nella voce. Poi pago i miei 3 Kg e mi faccio indicare una stalla per qualche litro di latte.
Muovo lentamente la macchina e, guidato da un foglio scarabocchiato di istruzioni stradali, imbocco un altro sterrato bianco che taglia un mare di riso. Appezzamenti da un chilometro quadrato l’uno che attraverso con lentezza nel silenzio della trazione elettrica della mia auto. Attraverso un passaggio a livello di campagna, solcato abitualmente da mezzi agricoli, di quelle linee percorse da vecchie littorine a due vagoni e a gasolio. Del treno non c’é traccia, neppure in lontananza. Dopo aver chiesto istruzioni ad uno sparuto gruppo di vecchi e simpatici fattori, in uno sperduto capannone agricolo, giungo alla cascina. All’ingresso un rivo limpido che porta le sue acque alle stalle. Una riva piatta dove un tempo le fattrici battevano panni e lenzuola di antichi bucati e dove ora una papera scorta i suoi pulcini ad abbeverarsi. L’aia è arida e sterrata, ma la macchina, pigra, non ne solleva le polveri. Dalle stalle un rumore di compressore antico: è ora di mungitura. Parcheggio, attraverso l’aia assolata ed entro nella zona stalle. Grasse vacche dalle congeste mammelle muggiscono nell’attesa della mungitura, in una stanza giacciono alcuni sonnolenti vitelli. La sala mungitura ha otto postazioni, sette occupate e nell’ottava il fattore spinge una vacca svogliata. Ha gli occhi azzurri di ghiaccio il fattore, nei suoi quarant’anni ed un viso simpatico.  Circospetto all’inizio, si lascia andare ad un sorriso e ad un saluto. Mi venderà i tre litri di latte che mi servono per la mia cagliata. Sistemata l’ottava vacca mi conduce alla cisterna refrigerata. Spilla il latte cremoso e lo versa nelle mie bottiglie. Saldo il dovuto, lo ringrazio e mi allontano curiosando ancora un po’. Vecchi attrezzi contadini appoggiati e appesi dappertutto. Una sensazione di tempi che furono mi assale e mi avvolge con tepore mentre ripongo il latte nel cofano della macchina. Mi fermo ad ascoltare il compressore ora lontano e odoro la puzza di fieno e sterco che, a folate, mi raggiunge.
Sono nuovamente in aperta campagna, mi fermo ad immortalare il mare di riso. Sono sereno come da molto non mi accadeva e i profumi campestri cullano i miei pensieri: devo ritornare alla semplicità, prima o poi. Mi fermo sui binari del treno, ammiro le traversine che scompaiono all’orizzonte. Niente treno ma un suono ininterrotto di cicale, torno alla macchina, salgo ed elettricamente cerco di non disturbare. E’ ora di casa.

Post da leggere ascoltando “Free To Decide” dei Cramberries, rigorosamente ad alto volume!

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