Caseggiati vetusti a Milano accolgono vecchie edere che da decenni sopravvivono a condizioni meteorologiche avverse e allo smog.  Se vi avvicinate sanno di vecchio pure loro, anche se si rinnovano periodicamente. Puzzano di polvere e se provate ad accarezzarle, a lisciarle, resterete “segnati” da questa polvere e dallo smog che, comunque, le permea. Hanno un profumo “non profumo” che mi ricorda quello del cortile dei miei nonni: un cortile circondato  da caseggiati per tre lati e con tre metri di edera su tutti i lati, cancellone escluso. Da bambino la “lisciavo” con le mani correndo sui sassi del viottolo che circondava il giardino e la parte cementificata del cortile. E mi sporcavo regolarmente di polvere e smog. Il profumo polveroso si sprigionava, inconfondibile per me ancora oggi. La casa che ammiro questa mattina accoglie una bella edera polverosa sulla facciata anni ’40. Foglie giovani in superficie, qualcuna tenera ed altre arrossate da un inizio di autunno. Ha foglie piccole, diversamente da quella del mio cortile d’infanzia, che aveva foglie enormi e scure per larga parte della stagione. Solo in primavera presentava le sue tenere foglioline verde chiaro e in autunno non arrossiva (forse era già molto vecchia e non si emozionava!). Osservare questa edera su una facciata condominiale è, ancora una volta, occasione per un flusso di ricordi. Mi sovvengono i pomeriggi nel cortile dei nonni, i giochi con altri bambini: un-due-tre stella, strega comanda color, nascondino (anche se il cortile era tutto lì, nascondino era per noi imprescindibile), mondo, con mio zio che si arrabbiava perché, con un pezzetto di mattone, comparso da dove non si sà, imbrattavamo di numeri e linee il bianco cemento. E a lui toccata passare con la canna prima che un condomino giungesse con le sue rimostranze: chiaramente spettava al portiere sorvegliare ed impedire. Mio nonno, rigido di regole, ci sgridava per qualche minuto di anticipo sull’orario condominiale concesso ai tanti bambini del cortile in pieni anni settanta: pantaloncini corti al ginocchio e i vestitini delle bambine, tanto leggiadri ma che poco si addicevano a delle “maschiacce”. Certo non erano così “crude” come le compagne del mio cortile di case popolari, ma sapevano tener testa a noi maschietti. Su e giù per le due salite del cortile che sembrava un catino. Mio zio che falciava il prato con una falciatrice manuale ed il rumore di lame metalliche che sembravano uno sfregare di coltelli ci accompagnava per qualche ora e poi ad aiutarlo con il rastrello: non molto perchè era sempre tempo di nascondino. Poi le nonne che chiamano per la cena ed il Sabato era ormai concluso. Un ultimo sguardo all’edera ed un arrivederci al Sabato successivo. Torno al mio cortile di casa popolare, cara edera, ci si rivede.

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