Un giro per le campagne deserte, piccole strade agricole con ciottoli che stridono sotto le scarpe ad ogni passo. Da un lato il fogliame folto di alberi e di arbusti, dall’altro lato un piccolo canale che i campari hanno utilizzato per inondare le risaie ora pronte per la raccolta. Il cielo è pieno di nuvole cariche di pioggia che aspettano il momento di riversare acqua sui campi e sul paese. Nessun rumore oltre lo scalpiccio dei miei passi lenti.
All’improvviso, in lontananza,  lo scampanio che chiama il fedele all’ultima funzione domenicale. Pochi istanti e poi torna a tacere, sino ai prossimi rintocchi orari. Lungo la via qualche pozza d’acqua, testimone dei temporali di ieri, ma la campagna é tiepida di un sole settembrino. Cammino lento, nessun rumore, non il frusciare di foglie perché il vento non si è ancora alzato e le nuvole sono ancora lontane.
In fondo alla strada compaiono due figure veloci, due maratoneti della domenica, che, mentre si avvicinano, si svelano essere due anziani alle prese con ritorno di gioventù. Scimmiottano il footing di più giovani e prestanti nipoti,  pensando, io credo, di ritardare i tempi della loro mietitura. Mi incrociano con un cenno di saluto a cui svogliato rispondo.
Sto caricando la pipa perché l’aroma di tabacco e le volute di fumo mi facciano compagnia in questo lento peregrinare.
Alzo lo sguardo e noto i campi ancora non mietuti di mais. Allungo la mano, accarezzo lo stelo di un pianta secca e  raccolgo una pannocchia, per vedere se sia utilizzabile per produrre una pipa: troppo piccolo il torsolo e la butto a terra spezzata: farà felice qualche topolino questa notte. Torno a rivolgere lo sguardo al cielo dove sono aumentate le nuvole, ora scure e minacciose con il loro carico di pioggia: ce ne sono di bluastre e di grigie e hanno voglia di piangere.
Calcio i ciottoli, guardo il fumo e assaporo l’aroma che la pipa sprigiona dolcemente grazie alla ritmica da me impressa. Ancora una risaia asciutta ma congesta di spighe reclinate e sconsolate in attesa del proprio destino: domani l’enorme mietitrice industriale le accoglierà nel ventre meccanico, le separerà dall’esile fusto per condurle in riseria. Ne raccolgo dei chicchi da depositare sul fondo della pipa alla prossima carica.
Alla mia sinistra i pneumatici di trattore indicano un piccolo viottolo stretto che pare finire nel nulla, o meglio, dentro una fitta boscaglia. Non se ne vede la fine, anche perché pare scendere in una depressione del terreno dopo un ponticello. Incuriosito lo imbocco e mentre lo faccio si forma nella mia mente la domanda “cosa c’è al termine della strada?”. Lo ripeto dentro me almeno dieci volte, mentre ravvivo il tabacco nella pipa, e mi sembra di recitare un mantra più che una ripetizione idiota.
Una colonna di moscerini si forma dal nulla, alla base nessun cadaverino, non un topolino o un piccolo uccello, pare stare lì e basta, senza alcuna apparente motivazione: una porzione colonnare di spazio in preda ad un apparente caos assoluto. Giro appena al largo, per non aumentarne l’entropia, ma soprattutto per non entrare a farne parte.
Subito oltre comincio ad udire lo scorrere dell’acqua sotto ad un ponticello: mi chiedo da quante decine di anni sia stato creato, da quanti carri e ora da quanti trattori sia stato attraversato, carichi di grano, di riso, di mais, di segale, di erba medica o di soia. I carri trainati da buoi o da cavalli. I trattori lenti e sbuffanti del dopoguerra ed ora i moderni rombanti mostri che scortano mastodontiche mieti-trebbiatrici, sempre più simili al mezzo usato dai Jawa in Guerre Stellari.
Ai lati due canali d’irrigazione regolati da antiche chiuse, assi di legno pietrificate dal tempo e dalle intemperie che scorrono in margini scanalati in pietra. Le chiuse sfidano il tempo, quasi secolari e mi danno un senso di inevitabilità, un senso di certezza, “ci puoi contare!” pare dicano.
E passo oltre.
Ecco la fine della strada, rassicurante nella sua ovvietà: un altro campo mietuto con i segni dei trattori, della mieti-trebbiatrice e grandi tracce umide di temporale. Un silenzio doloroso per orecchie non abituate come le mie: un gran sibilare, ma non ci sono insetti, non zanzare, solo l’assordante rumore del silenzio.
Silenzio che non siamo più abituati ad ascoltare ed ora pare solo un gran ronzio indistinto. Ma se ci si ferma il ronzio si spegne ed emergono i suoni: il ruscello a pochi metri da me, il frusciare fra le sterpi di un piccolo ratto, un battito d’ali da un gruppo di robinie poco distanti, uno schioppo sordo di carabina lontana, i rintocchi dal campanile, l’ultimo frinire di cicala e il primo grillo, un tonfo di rana in acqua. Mi siedo per qualche istante e forte mi raggiunge il profumo d’erba marcia dal campo, mista allo sterco di un letamaio alle mie spalle.
Pochi attimi, ma la mia attenzione è risvegliata da una presenza: uno smunto cartello di divieto, divieto di transito, ai bordi del campo e al limitare di rovi e sterpaglie. Un divieto proprio qui dove giungono solo mezzi agricoli e braccianti, dove inizia un soffocato sentiero fra rovi e insetti di ogni genere, un segno di questi tempi immondi, ancora un divieto.
Mi allontano inorridito e penso “vade retro Satana!”. Alzo lo sguardo al cielo, colpito dalle prime gocce dell’imminente acquazzone, ma non intendo affrettare il passo, non intendo modificare il mio ritmo e accetto l’acqua che finirà per inzupparmi. Ammiro il mix di raggi dell’ultima ora di sole e la cappa di nuvole grigie sopra a me. Scatto una foto, una delle tante in queste passeggiate, come a voler immortalare le sensazioni che provo. Proteggo l’obiettivo dalle gocce grosse che lo colpiscono ed esco dalla stradina laterale per imboccare l’ultimo tratto del viottolo principale.
Mi ferma la visione dell’orma della mia scarpa che ho lasciato, mezzora prima, imboccando la “stradina dal fondo ignoto”: “ecco, fra poco di me non resterà più traccia”, come del resto non resterà traccia non molto dopo la mia morte. Mi assale una malinconia indescrivibile, mi lascio lavare dalla pioggia, come potesse cancellarmi proprio in questo momento,  come sta facendo con la mia impronta.
Alzo gli occhi al cielo occupato parzialmente da un timido arcobaleno, uno di quelli tenui ed incerti di inizio acquazzone, delicato, non spocchioso come quelli che seguono la tempesta! Un’ultima delicata presenza prima che tutto venga travolto.
Lento mi avvicino a casa ormai zuppo, ma non importa, tanto mi aspetta il solito.

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