Ho camminato per diversi chilometri, in questo tardo pomeriggio di fine settembre, nelle campagne che circondano il paese. E’ tornato prepotentemente l’autunno con i suoi profumi, i caldi e tristi colori dei crepuscoli e i rumori ovattati della vita di paese. Qualche rintocco di campana in lontananza e nel cielo le prime formazioni di uccelli migranti. Le foglie cominciano ad abbandonare le chiome che si fanno sempre più spoglie. Moscerini impazziti in lunghe colonne ai lati dei viottoli e erba che incomincia ad ingiallire. Mi sono spinto molto lontano oggi e, per pigrizia, aspetto che mi vengano a recuperare per tornare a casa. Sono seduto su un tronco tagliato non da molto ad un bivio: due strade, una più battuta in terriccio biancastro ed un altra, sicuramente meno trafficata, che alla mezzeria presenta alti ciuffi d’erba. C’è il solito rivo a lato strada che delicatamente manda rumore d’acqua corrente; acqua limpida in perenne movimento che trascina alghe e accoglie piccoli pesci in eterno movimento. Il sole ha appena lasciato l’orizzonte sprofondando verso un altro emisfero, la luce ormai tenue non scalda più, ma l’aria è ancora tiepida. Le tenebre e una fine foschia cominciano a salire dai campi, tonalità di arancio e rosso lambiscono l’orizzonte, mentre l’azzurro del cielo si scurisce e fra non molto dominerà il blu intenso e poi il nero della notte. A trecento metri osservo la cascina diroccata che ho superato solo dieci minuti fa, abitata in un angolo fatiscente, un vecchio orto pieno di sterpaglie e una corte trascurata. Dal cancello chiuso da un grosso catenaccio ho visto le antiche unità abitative: due piani collegati da una scala esterna, le finestre malandate ma integre e una vecchissima tenda scolorita e stracciata dal tempo e dalle intemperie. Posso immaginare l’ingresso con il focolare nell’angolo più lontano, alcune sedie impagliate ora sgualcite, consunte dagli anni e dall’abbandono, una vecchia cucina, quella con i fornelli a cerchio che cucinava e scaldava. Sul focolare ancora qualche legno mezzo bruciato e delle tracce di carbone, una vecchia graticola arrugginita e il vecchio gancio per un paiolo da polenta fuligginoso. Anche una vecchia madia, mangiata dai tarli con qualche chicco di riso e mais, un po di farina negli angoli più remoti ed un anta scrostata, per miracolo ancora incernierata. Posso sentire l’odore di polvere e fuliggine, vedere enormi ragnatele negli angoli, sentire e odorare l’abbandono. Ma sono fuori nella strada, solo. Non c’è gabinetto che sarà sicuramente all’esterno. La scala pare ancora buona con gradini in pietra, consumati dal tempo e dai passi, la ringhiera in ferro si poggia ad ogni gradino ma pare fragile, inconsistente, e non pare poter reggere l’ennesimo appiglio, che chissà da quanti anni attende. Al primo piano ancora una grossa stanza, con un letto enorme ed un pitale nell’angolo più buio. Il materasso non esiste più, rosicchiato dai topi, solo un mucchio di brattee di mais quasi polverizzate, l’anima di quello che era il materasso. Anche in questa stanza un focolare, sporco di fuliggine e di residui di combustione. Sul muro la foto pendente da una cornice rotta: un bianco e nero di militare, forse un caduto in Grecia o in Russia, un lumino a terra consumato, sciolto. E tanta polvere. Mi chiedo come fosse vivere qui, sperduti in una vergine Lomellina con i tempi campestri e agricoli. Incontaminati. Silenzio rotto dall’acqua. Due fari in lontananza. Torno a casa.

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