Molti dei nostri ragazzi, solo pochi anni fa, erano nel pieno dell’era di Peppa Pig, in piena infanzia e nell’età dell’innocenza assoluta. Un dolce cartone animato da gustare al rientro dall’asilo e forse dei primi anni delle elementari. Cartone animato e merendina al cioccolato per merenda. Migliaia di piccoli fans e un gran merchandising, secondo solo, forse, a quello di Geronimo Stilton. Peppa Pig è una tenera, dolce, simpatica maialina molto simile, per certi versi, a Pimpi della saga di Winnie The Pooh. Un condensato melenso di quei buoni e sacrosanti valori che si vorrebbero trasmessi ai nostri pargoli. Ore e ore di supplizio per noi genitori.
Poi questi figli crescono e abbandonano la maialina, percorrendo la strada dell’adolescenza, per diventare adulti. E con loro assistiamo alle conquiste e ai dolori tipici di questa crescita e della giovane età. Fra le numerose insidie della crescita alcuni di questi giovani virgulti vengono attratti, ammaliati, da alcune forme persecutorie che noi e gli sociologi etichettiamo “bullismo”. E il bullismo, che c’è sempre stato in verità (non certo cosa di cui vantarsi!), si declina in molti modi. Fra questi modi c’é il Pull-a-pig. In verità si tratta di una pratica per niente nuova, nota a molti di noi quando pensiamo alla nostra adolescenza e forse anche al nostro quotidiano. Dove c’è un gruppo di amici (termine assolutamente abusato) o comunque una cerchia ristretta di frequentazioni, scolastiche,  lavorative, o nel nostro social network preferito, può accadere ed è certamente accaduto un Pull-a-pig. Le vittime sono più frequentemente quelle persone, più spesso ragazze, in sovrappeso, goffe, impacciate, timide. Tipiche vittime di adolescenti,  ma anche di adulti, proprio perchè al di fuori dei canoni di bellezza, cari a questa nostra società. Quanti adolescenti, ma anche giovani adulti, vivono al di fuori di questi canoni dettati dal branco su cui “insistono” e di cui anelano l’accettazione, la considerazione, l’appartenenza? Quante di queste anime sono state vittima? Parliamo di soggetti già in crisi con sé stessi, con l’angoscia del non piacersi, del sentirsi inadeguati al vivere sociale, che tutti i giorni si sentono sotto i critici riflettori di coloro che frequentano. Si sentono costantemente osservati e si immaginano commentati. Tendono già all’emarginazione per evitare i non proprio teneri commenti a loro destinati: grassone, buzzicona, cesso, racchia, sfigato.
Su questo terreno di disagio psicologico si innesta il danno arrecato dall’essere vittima di un Pull-a-pig, che gli attori descrivono, in maniera superficiale, come un banale scherzo.
La forma più odiosa del Pull-a-pig riguarda la circonvenzione di una ragazza “curvy”, impacciata, “racchietta”. Viene circuita, magari dal maschio “alfa” del gruppo con complimenti, gesti di gentilezza e piccole attenzioni. Viene introdotta nella cerchia più intima di amici, generalmente a lei preclusa. Se ne ottiene la fiducia e, magari, la si corteggia portandola all’innamoramento. In qualche caso si arriva a consumare. La malcapitata, almeno inizialmente, qualche domanda se la fa: si chiede il perché di questo interesse, di queste attenzioni, delle lusinghe. Ma, pur non trovando risposte sensate, finisce per cedere a quello che magari aveva ambito, a quel ragazzo che forse era da tempo fra i suoi desiderata: lascia cadere ogni barriera e si abbandona al sogno divenuto realtà.

You are pigged!

E’ la triste e dolorosa realtà del dopo-sbornia. Era tutto falso, era una schifosa menzogna, anzi lo é sempre stato.  Con un banale sms si rende conto di essere stata al centro di un crudele atto di bullismo. Cercherà spiegazioni ma sarà semplicemente rimbalzata, senza ottenerne, e si vedrà esposta alla gogna del suo branco e non solo. Un episodio di Pull-a-pig ben riuscito finisce, al giorno d’oggi, in rete, sui social networks: non solo il racconto del carnefice, ma tutto quello che si era condiviso. Tutto assumerà una luce diversa, sembrerà solo patetico, ora che il Pull-a-pig si é compiuto. Una umiliazione, una gogna mediatica, un macigno su una situazione psicologica di per sé già fragile, se non al limite del disastroso. Alla vittima resterà solo lo scherno e la vergogna, poi arriverà la colpevolizzazione: non é quel ragazzo il bastardo aguzzino, ma sarà lei la stupida, la credulona, la cicciona, l’incapace. E si lascerà rodere, corrodere, consumare dall’autocommiserazione. Finirà per veder presto annientata la propria autostima, che era stata gonfiata a dismisura. E come tutti voli, più quota é stata raggiunta, più rovinosa e dolorosa risulterà la caduta. Si era illusa di essere appetibile, magari proprio perché “curvy”, come le modelle di riviste patinate,  per ritrovarsi nel luogo comune del “ciccioso non è bello”. I danni come si quantificheranno? Come sempre dipenderà dalle condizioni psicologiche preesistenti, dalla propria forza interiore residua. Bisognerà sopravvivere al proprio annientamento psicologico, ad un’ennesima crudeltà. E alla superficialità che ha generato tutto questo. La parte più spiacevole è quella che riguarda l’attore del gesto, di chi pensa che questo gioco sia solo un gioco, uno di quegli scherzi come se ne sono sempre fatti. Neppure tanto originale in verità. Solo che oggi il suo effetto verrà amplificato  dalla presenza di un social network: verranno generati commenti, considerazioni, giudizi spesso dozzinali e agghiaccianti. Una violenza per divertimento, una forma di bullismo, una tragica e devastante pratica figlia di quella superficialità e stupidità che continua ad accompagnare il nostro vivere sociale.

Non tutti riescono a sopravvivere.

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