Case Popolari, Racconto

Heroin

Sul perché e sul come ci si arrivi è stato per anni argomento di studio e dibattito, chi ha superato questa esperienza descrive il proprio percorso, chi l’ha portata avanti fino alle estreme conseguenze il più delle volte non ne aveva mai parlato. Vizio terribile, trasgressione, astrazione dalla noia o dai problemi o più spesso passaggio trasgressivo che poi prende la mano. “Posso smettere quando voglio” nella convinzione degli adolescenti e giovani adulti di tanti anni fa, oggi dei maturi disperati ed esasperati da questa società competitiva, molto più povera di valori, oltre che di danari e lavoro. Degrado delle case popolari e dei quartieri periferici della metropoli che emargina, ma esperienza comune a molti adolescenti e giovani uomini della classe media e delle fasce più ricche, di figli del proletariato, dei colletti bianchi, dei dirigenti e degli imprenditori, ma anche di amministratori e politici. Esperienza molto trasversale anche se, obiettivamente, con diversa entità di penetrazione. Più basso il livello economico e più alta la percentuale di coinvolgimento. Così almeno nella mia esperienza personale. Oggi giorno questo tipo di droga mi pare tornare come una delle tante, ma con rinnovata prepotenza, senza clamore, un evento tragico da addetto ai lavori. Non vivo più alle case popolari o in quartieri degradati e quindi non ho più il polso, almeno emotivo, del fenomeno: non ne conosco l’esatta incidenza e penetrazione sociale; ma leggo che sta tornando, forse proprio perché economicamente più attraente o per chissà quale altro motivo sociologico o economico. O per stupidità. I nostri ragazzi e i giovani adulti non ne conoscono l’antico vissuto e dramma se non per alcuni films o per qualche raro documentario. I loro genitori, quelli sopravvissuti, non ne raccontano, anche se qualche amico di infanzia li ha lasciati all’alba di una vita. Non raccontano forse per dolore, come chi, come mio nonno, non parlava dell’esperienza in guerra, la Seconda Guerra Mondiale. A Lui ho dovuto “estrarre” di malavoglia spezzoni di quell’esperienza e non ho mai capito se fosse dolore o vergogna. Forse solo riservatezza, rispetto del ricordo. Ma perché non trasmetterlo?
Allo stesso modo i miei conoscenti, sopravvissuti diretti o indiretti all’eroina, non ne parlano, quasi anche a se stessi, come fosse un marchio infamante (ma forse lo è ancora in questa società di ipocrisia e perbenismo): ti raccontano i cortei e le sassaiole del ’68 4 e del ’77, delle sprangate date e ricevute, dei collettivi universitari e delle occupazioni, di centri sociali ed attivismo politico, ma dell’immenso mondo dell’eroina tacciono. Non raccontano l’euforia degli inizi, l’innamoramento, e poi del disagio fisico e mentale, di quello sociale, delle pene patite e di quelle fatte patire, dei furti, delle menzogne, del recupero e delle comunità terapeutiche, del metadone e della vergogna. Non parlano del proprio percorso che marchia a fuoco l’anima. Non raccontano neppure se tutto questo li ha solo sfiorati, perché successo ad un caro amico o ad un conoscente, non ne parlano anche se ne hanno raccolto il racconto, lo sfogo, o solo il vomito.
Vizio terribile, astrazione dalla noia o dai problemi o più spesso passaggio trasgressivo che poi prende la mano. “Posso smettere quando voglio” nella convinzione degli adolescenti e giovani adulti di tanti anni fa, oggi dei maturi disperati ed esasperati da questa società competitiva, molto più povera di valori, oltre che di danari e lavoro. Degrado delle case popolari e dei quartieri periferici della metropoli che emargina, ma esperienza comune a molti adolescenti e giovani uomini della classe media e delle fasce più ricche, di figli del proletariato, dei colletti bianchi, dei dirigenti e degli imprenditori, ma anche di amministratori e politici. Esperienza molto trasversale anche se, obiettivamente, con diversa entità di penetrazione. Più basso il livello economico e più alta la percentuale di coinvolgimento. Così almeno nella mia esperienza personale. Oggi giorno questo tipo di droga mi pare tornare come una delle tante, ma con rinnovata prepotenza, senza clamore, un evento tragico da addetto ai lavori. Non vivo più alle case popolari o in quartieri degradati e quindi non ho più il polso, almeno emotivo, del fenomeno: non ne conosco l’esatta incidenza e penetrazione sociale; ma leggo che sta tornando, forse proprio perché economicamente più attraente o per chissà quale altro motivo sociologico o economico. O per stupidità. I nostri ragazzi e i giovani adulti non ne conoscono l’antico vissuto e dramma se non per alcuni films o per qualche raro documentario. I loro genitori, quelli sopravvissuti, non ne raccontano, anche se qualche amico di infanzia li ha lasciati all’alba di una vita. Non raccontano forse per dolore, come chi, come mio nonno, non parlava dell’esperienza in guerra, la Seconda Guerra Mondiale. A Lui ho dovuto “estrarre” di malavoglia spezzoni di quell’esperienza e non ho mai capito se fosse dolore o vergogna. Forse solo riservatezza, rispetto del ricordo. Ma perché non trasmetterlo?ore o vergogna. Forse solo riservatezza, rispetto del ricordo. Ma perché non trasmetterlo?
Allo stesso modo i miei conoscenti, sopravvissuti diretti o indiretti all’eroina, non ne parlano, quasi anche a se stessi, come fosse un marchio infamante: ti raccontano i cortei e le sassaiole del ’68 e del ’77, delle sprangate date e ricevute, del movimento studentesco, dei collettivi universitari e delle occupazioni, dei centri sociali e dell’attivismo politico, ma dell’immenso mondo dell’eroina tacciono. Tacciono delle proprie positività sierologiche, ad essa legate, non raccontano l’euforia degli inizi, l’innamoramento, del successivo disagio fisico e mentale, di quello sociale, delle pene patite e di quelle fatte patire, dei furti, delle menzogne, del recupero e delle comunità terapeutiche, del metadone e della vergogna. Non parlano del proprio percorso impresso a fuoco nell’anima. Che li “segnerebbe” agli occhi della società. Ma non racconta anche chi è stato solo lambito, accarezzato, perché successo ad un caro amico o ad un conoscente. Non ne parla anche se ne ha raccolto il racconto, lo sfogo, o solo il vomito.
La prima volta è un misto di coraggio, spavalderia, paura e smarrimento. C’è l’euforia della trasgressione, del sentirsi più grandi, dell’accettazione in un gruppo di eletti, ma c’è anche la paura di quello che viene detto sugli aspetti negativi: l’overdose (cazzo non toccherà proprio a me!), la dipendenza (col cazzo, io provo e poi smetto, non sono di certo un coglione!), la sieropositività (stop: ma che cazzo ne sa un adolescente di case popolari negli anni ’70?!?).
E’ successo nel locale sottoscala limitrofo al locale pattume, immersi in una puzza incredibile. Questo era il posto che pensavamo fosse sconosciuto, proprio per il fetore che emanava. Invece era a tutti un luogo ben conosciuto: bastava osservare nell’angolo più oscuro alcuni stracci, alcune siringhe, bucce di limone putride e un vecchio cucchiaino. Non ricordo perché giunsi a quel sottoscala, quali fossero i motivi, ma questo era il nostro cortile e ci si viveva: un ragazzo più grande inizia al rito, si crede di condividere il suo essere adulto, mentre lui pensa unicamente ad un nuovo cliente. Non c’è etica, del resto lui si deve pure bucare.
Quel giorno, con vergogna, c’erano le siringhe acquistate in farmacia, quella lontana dal cortile, un pezzo di corda per il braccio, un mezzo limone, un accendino e un cucchiaino, del servizio di ogni giorno, finito nelle tasche dei jeans al termine di una veloce colazione. Una mattina di lezioni al liceo, di autobus, senza essere lì, ma già nel puzzolente sottoscala. Niente pranzo. Lentamente le ore che separavano dall’età adulta, la paura di essere scoperti. All’ora stabilita ero l’ultimo ad entrare nel putrido locale, una luce di lumino e tre figure, il grande e gli atri due iniziati. Tremavo, ma non dissi una parola. Polvere bianca, gocce di limone, accendino a scaldare il cucchiaino. Polvere presto liquido, era buio, pronte quattro “spade”. Il grande a gestire ed insegnare i passaggi fondamentali, che io già ben conoscevo: da qualche mese frequentavo il grande, grande estimatore, grande consumatore: il primo a morire di overdose. Volevo tirarmi indietro ma era ormai tardi, non potevo lasciarli soli, non più ormai.
Il braccio destro addormentato ed il grande a picchiettarlo, male per via della corda, male dentro per la paura, per l’angoscia. Un fitta e all’improvviso calore, tanto calore. Dopo qualche istante non mi importava più di niente, del braccio che non avevo più, del grande che era scomparso e con lui gli altri. Non c’era più la puzza. Un esplosione di colori attorno a me che fluttuavo senza pensieri e senza emozioni. Dal caldo un tepore diffuso, benessere, suoni ovattati, musica. Istanti, minuti, ore. Non ero più io, non ero lì, ma non saprei dire dove fossi, solo una sensazione di benessere mai provato prima. E tanti colori, musica, lontana e dolce. Poi un buco nero. Ho vomitato tutta la notte e non ricordo come mi sia trovato in casa, non ricordo nulla dopo il buco nero, non ricordo se poi le ho prese dato che mi era stata attribuita una bronza. Meglio così. Per giorni il ricordo di colori e musica mi hanno accompagnato dolcemente, tutto è passato come niente fosse a casa, ma per un bel po’ non sono riuscito a concentrarmi, rapito da quel ricordo. Ancora oggi a ripensarlo provo serenità e piacere come il ricordo di un’amante particolarmente capace a cui hai voluto un gran bene e che ora, serenamente, non c’è più. Non tornai mai più nel sottoscala fetido soprattutto perché vi morì, quel giorno, il grande: noi pagammo e lui si riservò la grossa parte di quella dose. A noi un sogno psichedelico, a lui il viaggio più lungo che si possa fare, quello dell’eternità, senza ritorno.
Posso smettere quando voglio. Per me è stato così, naturale. Mi è sempre bastato il ricordo di colori e musica. Ai miei compagni no, loro “volevano” il viaggio eterno. E lo ebbero, ma dopo molta sofferenza. E non solo per loro.
Di quel giorno sono l’unico testimone rimasto. Soddisfatto. Una delle mie “caselline spuntate” senza rimpianto.

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About why and how to get there has been for years the subject of study and debate, those who have passed this experience describe their own path, those who have taken it to the extreme consequences, most of the times, had never spoken about it. Terrible vice, transgression, abstraction from boredom or problems or more often transgressive passage that then takes the hand. “I can stop when I want” in the conviction of adolescents and young adults of many years ago, today the mature desperate and exasperated by this competitive society, much poorer in values, in addition to money and work. Degradation of public housing and suburban districts of the metropolis that marginalises, but common experience for many adolescents and young men of the middle class and the wealthier groups, of children of the proletariat, white-collar workers, managers and entrepreneurs, but also administrators and politicians. A very transversal experience even if, objectively, with a different degree of penetration. The lower the economic level and the higher the percentage of involvement. So at least in my personal experience. Today, this type of drug seems to me to be one of many, but with renewed arrogance, without clamor, a tragic event as a clerk. I no longer live in public housing or in degraded neighborhoods, and so I no longer have the pulse, at least emotional, of the phenomenon: I do not know its exact incidence and social penetration; but I read that it is coming back, perhaps because it is more economically attractive or for some other kind of sociological or economic reason. Or for stupidity. Our boys and young adults do not know their ancient experience and drama except for some films or some rare documentary. Their parents, the survivors, do not tell, even if some childhood friend left them at the dawn of a lifetime. They do not tell, perhaps, out of pain, like someone who, like my grandfather, did not talk about the experience in war, the Second World War. To him I had to “take away” some reluctant pieces of that experience and I never understood if it was pain or shame. Perhaps only privacy, respect for memory. But why not transmit it?
In the same way my acquaintances, direct or indirect survivors of heroin, do not talk about it, almost even to themselves, as if it were an infamous brand (but perhaps it is still in this society of hypocrisy and respectability): the parades tell you and the stones of ’68 4 and ’77, the sprangate dates and receipts, university collectives and occupations, social centers and political activism, but the immense world of heroin are silent. They do not tell the euphoria of the beginnings, the falling in love, and then of the physical and mental discomfort, of the social one, of the pains suffered and those suffered, of thefts, of lies, of recovery and of the therapeutic communities, of methadone and of shame. They do not talk about their own path that burns the soul. They do not even tell if all this has touched them, because it happened to a dear friend or an acquaintance, they do not even talk about it if they have picked up the story, the outburst, or just the vomit.
Terrible vice, abstraction from boredom or problems or more often transgressive passage that then takes the hand. “I can stop when I want” in the conviction of adolescents and young adults of many years ago, today the mature desperate and exasperated by this competitive society, much poorer in values, in addition to money and work. Degradation of public housing and suburban districts of the metropolis that marginalises, but common experience for many adolescents and young men of the middle class and the wealthier groups, of children of the proletariat, white-collar workers, managers and entrepreneurs, but also administrators and politicians. A very transversal experience even if, objectively, with a different degree of penetration. The lower the economic level and the higher the percentage of involvement. So at least in my personal experience. Today, this type of drug seems to me to be one of many, but with renewed arrogance, without clamor, a tragic event as a clerk. I no longer live in public housing or in degraded neighborhoods, and so I no longer have the pulse, at least emotional, of the phenomenon: I do not know its exact incidence and social penetration; but I read that it is coming back, perhaps because it is more economically attractive or for some other kind of sociological or economic reason. Or for stupidity. Our boys and young adults do not know their ancient experience and drama except for some films or some rare documentary. Their parents, the survivors, do not tell, even if some childhood friend left them at the dawn of a lifetime. They do not tell, perhaps, out of pain, like someone who, like my grandfather, did not talk about the experience in war, the Second World War. To him I had to “take away” some reluctant pieces of that experience and I never understood if it was pain or shame. Perhaps only privacy, respect for memory. But why not transmit it? Hours or shame. Perhaps only privacy, respect for memory. But why not transmit it?
In the same way, my acquaintances, direct or indirect survivors of heroin, do not talk about it, almost to themselves, as if it were an infamous brand: they tell you the parades and the rockers of ’68 and ’77, receipts, the student movement, university collectives and occupations, social centers and political activism, but the immense world of heroin are silent. They are silent about their serological positivity, linked to them, they do not tell the euphoria of the beginnings, the falling in love, the subsequent physical and mental discomfort, the social one, the pains suffered and those suffered, thefts, lies, recovery and therapeutic communities, methadone and shame. They do not talk about their own journey engraved in the soul. That would “mark” them in the eyes of society. But it does not even tell who was just lazing, caressed, because it happened to a dear friend or an acquaintance. He does not talk about it even if he has picked up the story, the outburst, or just the vomit.

The first time is a mixture of courage, bravado, fear and loss. There is the euphoria of transgression, of feeling bigger, of acceptance in a group of elect, but there is also the fear of what is said about the negative aspects: the overdose (fuck will not touch me! ), addiction (with the cock, I try and then I stop, I’m certainly not a jerk!), seropositivity (stop: what the fuck do you know an adolescent of social housing in the ’70s?!?).
It happened in the local basement adjacent to the local trash, immersed in an incredible smell. This was the place we thought was unknown, precisely because of the stench that emanated. Instead it was a well-known place for everyone: it was enough to observe in the darkest corner some rags, some syringes, putrid lemon peelings and an old teaspoon. I do not remember why I came to that under-stairs, what were the reasons, but this was our courtyard and we lived: an older boy begins the ritual, he believes he shares his adult being, while he thinks only of a new client. There is no ethics, after all he must also pierce.
That day, with shame, there were the syringes bought in the pharmacy, the one far from the courtyard, a piece of rope for the arm, a half lemon, a lighter and a teaspoon, of the daily service, finished in the pockets of jeans end of a quick breakfast. A morning of high school, bus lessons, without being there, but already in the smelly basement. No lunch. Slowly the hours that separated from adulthood, the fear of being discovered. At the appointed time I was the last to enter the putrid room, a light of a light and three figures, the great and the two initiates. I was trembling, but I did not say a word. White powder, drops of lemon, lighter to warm the teaspoon. Powder soon liquid, it was dark, four “swords” ready. The great to manage and teach the basic steps, which I already knew very well: for some months now I was attending the great, great admirer, great consumer: the first to die of an overdose. I wanted to pull back but it was late, I could not leave them alone, not anymore.
The right arm asleep and the big one to tap it, badly because of the rope, bad inside for fear, for anguish. A thick and suddenly heat, so much heat. After a few moments I did not care about anything, about the arm I did not have anymore, about the big one that had disappeared and with him the others. There was no smell. An explosion of colors around me that floated without thoughts and without emotions. From the heat a widespread warmth, well-being, muffled sounds, music. Moments, minutes, hours. I was no longer myself, I was not there, but I could not say where I was, just a feeling of well-being that I had never felt before. And many colors, music, far and sweet. Then a black hole. I vomited all night and I do not remember how I found myself in the house, I do not remember anything after the black hole, I do not remember if I then took them since I had been given a bronze. Better this way. For days the memory of colors and music accompanied me gently, everything went as if nothing had been home, but for a while I could not concentrate, kidnapped by that memory. Even today to think about it I feel serenity and pleasure as the memory of a particularly capable lover to whom you wanted a great good and that now, serenely, is gone. I never went back to the fetid under-stairs, especially because the big one died there that day: we paid and he reserved the large part of that dose. To us a psychedelic dream, to him the longest journey that can be done, that of eternity, without return.
I can stop whenever I want. For me it was so, natural. The memory of colors and music has always been enough for me. To my companions no, they “wanted” the eternal journey. And they did, but after much suffering. And not just for them.
From that day I am the only witness left. Satisfied. One of my “little boxes” without regret.

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