“Su e giù con l’Apecar, la vita è tutta qua” cantano i Mercanti di Liquore; parlano di un robivecchi, un uomo che, frugando nei cassonetti, recupera, ricondiziona e rivende oggetti scartati, ne fa un mestiere, un’attività per il proprio sostentamento. Nel cortile c’era un uomo trasandato, vecchio da sempre, consumato dalle intemperie, come un marinaio o un pescatore, con una vita complicata. Non so se facesse il robivecchi ma so che viveva con la sua Apecar, che dormiva nella sua Apecar. Un appartamento da inquilino affidatario nel nostro cortile l’aveva e ci vivevano la moglie e alcuni figli. Non lui, lui viveva nell’Apecar. Da piccolo mi chiedevo perché la sera non tornasse nella sua casa, con la moglie e i suoi figli, come facevano tutti. Pensavo anche che avesse una vita avventurosa e misteriosa. A lui non sembrava importare della vita dei figli e neppure la vicinanza della moglie. A quei tempi non era a mia conoscenza la presenza di “homeless” o di “barboni”, non andavo oltre la via del campetto o della scuola media e Milano era quella grande città dove vivevano le nonne e che raggiungevo solo il Sabato. Lo osservavo ma non avevo il coraggio di chiedergli perché non rientrasse a casa. Non ricordo neppure che timbro avesse la sua voce perché non l’ho mai sentito parlare; ricordo bene che di denti ne aveva ben pochi e penso che parlasse poco perché se ne vergognasse. La sua versione dei fatti quindi non l’ho mai conosciuta. Nel cortile si diceva che fosse la moglie a non volerlo più a casa, ma il perché di questo allontanamento non era noto a noi ragazzi, quale fosse la sua terribile colpa dato che non ci risultava fosse un violento o un uomo di malaffare. I figli erano figli del cortile come noi e loro non ne parlavano e nessuno chiedeva. La moglie era una bella donna, già over 50, sempre ben vestita e truccata, tanto che non ci si capacitava del fatto che fosse moglie di un uomo ormai abbandonato a se stesso, trasandato e dai vestiti sdruciti. Usciva di casa la mattina di buon’ora e tornava a casa la sera molto tardi, lasciando i figli a se stessi con i più grandi che si occupavano dei più piccoli. E fu sempre così in tutti gli anni di mia frequentazione del cortile. Un’estate eravamo tutti seduti sui gradini della portineria. Era una calda sera di Agosto, troppo calda per spostarsi, e si rimase in gruppo a parlare: quella sera venne raccontata la storia di questa “separazione” di sposati, di vite parallele: la sopravvivenza economica di quella famiglia era dovuto alla moglie e alla sua attività. L’attività del marito (ma lavorava?) non era mai stata sufficiente e quindi era toccato alla moglie trovare un lavoro. Allora ha sempre fatto la donna di servizio a Milano? Chiesi. Ma fu gelo. Non sai che la Signora si prostituisce da anni? Esterrefatta era la mia espressione, ne sono sicuro, e tutti sorrisero compatendomi. La Signora era stata costretta a quella scelta per il bene delle sue creature, ma da quel giorno aveva allontanato dal letto coniugale il marito e dalla casa. Sicuramente sosteneva anche lui, ma a casa non è mai più entrato e credo sia morto nell’Apecar. Storia cruda, di disperazione, di emarginazione, di casa popolare, devastante per il futuro dei loro figli, ma questa è un’altra storia di cortile.

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