Racconto

Nebbia di Lomellina (Lomellina fog)

Questa è la prima serata di nebbia, nebbia di Lomellina, come sempre annidata tra le case, nei cortili e nelle coorti, che sfuma attorno ai lampioni, ovatta il rumore dei miei passi sulla stradina di casa, che profuma di nebbia e della prima legna arsa nei camini attorno a me. Nebbia da respirare a pieni polmoni, carica di ricordi. Una dolce cappa, un flebile velo questa sera, quasi timida. Torna un’atmosfera che sa di antico, di castagne sui fornelli di una vecchia cucina economica, quella che cuoce e scalda, quella col fornello ad anelli, con una teiera sempre pronta, con un vecchio scaldino, quella dei bisnonni. Torna dal profondo il mio amore per la nebbia misteriosa, intima, a contatto con le mie gote intirizzite, con il suo carico di umidità. Un’altra sera di rumori tenui, sfumati, lontani. Di ombre ad ogni lampione, di stradine buie, di lontani latrati. Tutte le case anno un filtro giallo che le uniforma, le vecchie e le nuove, le case di ringhiera, le villette a schiera, i bassi condomini, i cortili. Mi fermo ad osservare un piccolo cane randagio annusare angoli di strada e basi di lampioni, con le zampettine trafelate da un lato all’altro di un viottolo che porta alla campagna. E le baruffe di due gatti che disputano per il cibo o per una gatta sul tetto di un fienile. A quest’ora l’umanità è in casa e si prepara per il riposo, madri che puliscono piatti o pargoli, padri che aiutano nell’ultimo esercizio di matematica un figlio prima dell’orazione serale. Io a passeggio in paese con la mia pipa e mille pensieri. Pensieri che svaniscono come le volute di fumo nell’aria fredda. Fumo che si mischia alla nebbia e che per questo persiste più a lungo. Il rosso della cenere nel camino della mia pipa rassicura, scalda cuore e mani: finalmente tepore al termine di una giornata fredda, non per clima ma per tensione. E ora tutto si scioglie. Fra un’ora rientrerò infreddolito ma più sereno, ritemprato da questi pensieri e dalla scighera che, fin da piccolo, mi ha accompagnato in lunghi e freddi inverni milanesi.

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This is the first night of fog, Lomellina fog, as always nestled among the houses, in the courtyards and cohorts, which fades around the street lamps, wadding the sound of my steps on the narrow street of the house, which smells of fog and the first wood burnt in the chimneys around me. Mist to be breathed deeply, full of memories. A sweet cape, a faint veil tonight, almost shy. Back an atmosphere that tastes of old, chestnuts on the stove of an old kitchen, the one that cooks and warms, the one with the ring cooker, with a teapot always ready, with an old warmer, that of great-grandparents. My love for the mysterious, intimate fog comes back from the depths, in contact with my numbed cheeks, with its load of humidity. Another evening of soft, blurred, distant noises. Of shadows at every street lamp, of dark streets, of distant barking. All the houses have a yellow filter that makes them uniform, the old and the new, the houses of railings, the terraced houses, the low condominiums, the courtyards. I stop to observe a small stray dog ​​sniffing street corners and street lamps, with the breathless paws from one side of a lane leading to the countryside. And the scuffles of two cats fighting for food or for a cat on the roof of a barn. At this time humanity is at home and prepares for rest, mothers who clean dishes or little ones, fathers who help in the last mathematical exercise a child before evening prayer. I walk in the village with my pipe and a thousand thoughts. Thoughts that vanish like the swirls of smoke in the cold air. Smoke that mixes with the fog and that persists for this longer. The red of the ashes in the chimney of my pipe reassures, warms the heart and hands: finally warmth at the end of a cold day, not for the weather but for tension. And now everything melts. In an hour, I’ll be back chilled but more serene, re-tempered by these thoughts and by the “fog” who, since I was little, has accompanied me in long and cold Milan winters.

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