A. era una bella ragazza del cortile, graziosa e gentile nel suo vestitino rosa la Domenica, con dei panni da maschiaccio tutti gli altri giorni. Un grembiulino bianco con fiocco rosso il primo giorno di scuola alle elementari. Adorabile come tutte le bimbette di quell’età. Era la seconda di quattro figli e, dopo pochi mesi passati in cortile, era un maschiaccio che teneva fede agli abiti che indossava. Al termine delle elementari avrebbe fatto a pugni se fosse servito e di sicuro il suo vocabolario non avrebbe sfigurato in qualsiasi contesto portuale. Amava però le bambole e ne portava con se una di pezza: sgualcita, sporca, rammendata ripetutamente. Alla fin fine le assomigliava, sembrava il suo voodoo. Se la bambola era pulita, anche lei lo era, se la bambola era scapigliata, arruffata, allora era meglio star lontano dalla padrona: era segno di tempesta, una tempesta da evitare assolutamente. A. non parlava con altre bambine, anche se con i maschi il comportamento era lo stesso. E sputava, imprecava, picchiava, ma niente pallone. Passava pomeriggi seduta con la sua bambola ad aspettare, seduta sugli scalini del portone condominiale. Sempre sola o con la sorellina più piccola. Non giocava neppure con lei. Non salutava con un ciao, ma con un versaccio che assomigliava ad un latrato. Era in classe con mio fratello e lei lo salutava con uno stentoreo e strascicato ciao, segno di una incredibile forma di rispetto, io credo. Non mi ha mai preso in considerazione nonostante la mia fratellanza, ma non mi ha mai fatto mancare un ciao, seppur strascicato pure quello. Dopo le medie la scuola non è stata più affar suo ed era cosa rara vederla in cortile sui suoi scalini. Ma quando si presentava su quegli scalini sembrava invecchiare in modo tumultuoso. La sua bellezza sfiorì ben presto e lei divenne un’ombra malcilenta e denutrita. A volte tumefatta in volto per le botte prese. Si “bucava” e prostituiva per sopravvivere, per avere qualche attimo di sollievo dalle subentranti crisi d’astinenza, sempre più ricorrenti e ravvicinate. Nei sottoscala “per una dose te la porti dove vuoi” raccontava un cantante. Ciondolava sfinita il capo sedendo in quei gradini d’infanzia, senza forza di imprecare o di latrare un saluto. Non sorrideva nei pochi momenti di lucidità. Era magra, con quel rossetto sgargiante, sempre sbavato per l’attività da poco conclusa. Ma se era presente mi sorrideva un ciao. Una fredda mattina di Gennaio, come la fiammiferaia di un racconto d’infanzia, l’abbiamo trovata raggomitolata sui quei gradini dove stava dalla sera prima e da dove mi aveva sorriso quel ciao al mio rincasare dagli allenamenti. Non aveva un sorriso sulle labbra, ma ancora quel rossetto sgargiante, sbavato.

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