Vivere nei cortili delle case popolari propone una serie di attività che si ripetono molto spesso. Una di quelle che si ripeteva più frequentemente era la scazzottata. Non c’è giorno che passi, che possa definirsi tale, senza che qualcuno scambi qualche colpo di “nobile arte”. Bastva non essere d’accordo su un tiro fatto durante una partita a “buca”, per un fallo subito durante una partita di pallone, per uno sfottò, per un apprezzamento colorito o semplicemente per stabilire chi fosse il più forte fra i litigiosi. A volte bastava solo apparire debole o gentile per diventare lo sport di giornata. Non parliamo poi le botte date e prese per difendere un principio: il mio era “il pallone è mio e quindi io gioco”. Principio sacrosanto, che però si scontrava col fatto che ero discretamente scarso a pallone. Si pretendeva quindi di usare il mio pallone lasciandomi a quardare. Purtroppo per me, cedere non era una opzione accettabile e, a questo, andava aggiunto che i calciatori più capaci erano anche quelli più prepotenti e abili con le mani. Lo sa bene il mio labbro più volte rotto. Ma se mi allontanavo, il pallone si allontanava immancabilmente nelle mie mani: era un principio. Spesso mio fratello, più abile di piede ma anche di mano, interveniva per evitare il peggio. Non è che non sapessi muovere le mani, ma quelli le muovevano decisamente in modo più rapido. Ad ogni modo era più saggio combattere che ritirarsi, dato che l’onta sarebbe stata marchio indelebile. Chiamare un genitore non era praticabile dato che fra le leggi non scritte c’era quella che le questioni andavano regolate fra di noi. Pertanto quando arrivava il momento, tendevo a proteggere il labbro.

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