Case Popolari, Racconto

Scazzottate (Fistfights)

Vivere nei cortili delle case popolari propone una serie di attività che si ripetono molto spesso. Una di quelle che si ripeteva più frequentemente era la scazzottata. Non c’è giorno che passi, che possa definirsi tale, senza che qualcuno scambi qualche colpo di “nobile arte”. Bastva non essere d’accordo su un tiro fatto durante una partita a “buca”, per un fallo subito durante una partita di pallone, per uno sfottò, per un apprezzamento colorito o semplicemente per stabilire chi fosse il più forte fra i litigiosi. A volte bastava solo apparire debole o gentile per diventare lo sport di giornata. Non parliamo poi le botte date e prese per difendere un principio: il mio era “il pallone è mio e quindi io gioco”. Principio sacrosanto, che però si scontrava col fatto che ero discretamente scarso a pallone. Si pretendeva quindi di usare il mio pallone lasciandomi a quardare. Purtroppo per me, cedere non era una opzione accettabile e, a questo, andava aggiunto che i calciatori più capaci erano anche quelli più prepotenti e abili con le mani. Lo sa bene il mio labbro più volte rotto. Ma se mi allontanavo, il pallone si allontanava immancabilmente nelle mie mani: era un principio. Spesso mio fratello, più abile di piede ma anche di mano, interveniva per evitare il peggio. Non è che non sapessi muovere le mani, ma quelli le muovevano decisamente in modo più rapido. Ad ogni modo era più saggio combattere che ritirarsi, dato che l’onta sarebbe stata marchio indelebile. Chiamare un genitore non era praticabile dato che fra le leggi non scritte c’era quella che le questioni andavano regolate fra di noi. Pertanto quando arrivava il momento, tendevo a proteggere il labbro.

***********

Living in the courtyards of social housing offers a series of activities that are repeated very often. One of those that was repeated more frequently was the fist fight. There is no day that passes, which can be defined as such, without anyone exchanging a few strokes of “noble art”. Just did not agree on a shot made during a game of “hole”, for a foul suffered during a ball game, for a teasing, for a colorful appreciation or simply to establish who was the strongest among the quarrelsome. Sometimes it was enough just to appear weak or kind to become the sport of the day. We do not talk then the beatings dates and taken to defend a principle: mine was “the ball is mine and then I play”. Sacrosanct principle, but it clashed with the fact that I was fairly poorly ball. It was therefore claimed to use my ball leaving me to quard. Unfortunately for me, yielding was not an acceptable option and, to this, it should be added that the most capable players were also the most arrogant and skilled with their hands. My lip is broken several times. But if I walked away, the ball would inevitably move away into my hands: it was a principle. Often my brother, more skillful of foot but also of hand, intervened to avoid the worst. It’s not that I did not know how to move my hands, but those moved them decidedly faster. In any case it was wiser to fight than to retreat, since the shame would have been an indelible mark. Calling a parent was not feasible given that among the unwritten laws there was the one that matters had to be regulated between us. So when the time came, I tended to protect the lip.

Leave a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *