Case Popolari, Racconto

Urla di vento (Screams of wind)

Ricordo il frusciare delle chiome dei cinque pioppi che confinavano con il cortile. Vedevo le chiome agitarsi fuori dalla finestra. Mi trasferivano un senso di tragedia autunnale con il loro fruscio. Ma l’apice del timore veniva toccato dall’aumentare della furia atmosferica, quando un sinistro ululato cominciava a provenire dai cassonetti delle tapparelle. Un chiaro, inequivocabile presagio di sventure: prossimi alla fine del mondo, presagio di guerre nucleari, segnale di cataclismi. Il mostro era pronto a ghermire, piegava i pioppi, ululava sordo e sommesso per poi sibilare sempre più intenso ed acuto, prolungatamente: urlo di squartatore. Mi facevo piccolo e mi rintanavo sotto le coperte aspettando che il mostro sfondasse i vetri della finestra con un possente e gigantesco arto. Lo immaginavo scuro, tetro, alato e con occhi di bragia. In una mano una mazza ferrata, una mano artigliata come quella di un gargoil. Il mostro era forte e scuoteva gli alberi, ululava attendendo il momento dell’assalto. All’improvviso l’urlo si era fatto fioco e l’agitarsi dei pioppi era meno intenso. Il mostro era passato oltre anche questa volta decidendo di risparmiarmi. Riuscivo, solo in quel momento, a riemergere dalle coltri del letto correndo alla finestra per cercare di vederlo: del suo passaggio restava, in cortile, un mulinello di polvere e foglie. Il battito cardiaco si era ormai placato e il tepore del calorifero mi confortava. Era l’ora di cena. I mostri spaventano i bambini, ma non li toccano. Mai.

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I remember the rustling of the foliage of the five poplars that bordered the courtyard. I could see the foliage stirring outside the window. They conveyed a sense of autumn tragedy with their rustle. But the height of the fear was touched by the increase in atmospheric fury, when a sinister howling began to come from the bins of the shutters. A clear, unequivocal presage of misfortunes: near the end of the world, an omen of nuclear wars, a sign of cataclysms. The monster was ready to grab, fold the poplars, howled dull and subdued and then hiss more and more intense and sharp, prolonged: scream of ripper. I made myself small and buried myself under the covers waiting for the monster to break through the windows of the window with a huge and gigantic limb. I imagined it dark, gloomy, winged and with eyes of bragia. In one hand a mace, a hand clawed like that of a gargoil. The monster was strong and shook the trees, howlingly awaiting the moment of the assault. Suddenly the scream had become dim and the stirring of the poplars was less intense. The monster had passed over this time too, deciding to spare me. I could only emerge from the bed blankets at that moment, running to the window to try to see him: from his passage a whirl of dust and leaves remained in the courtyard. The heartbeat had subsided and the warmth of the radiator comforted me. It was dinner time. Monsters scare children, but they do not touch them. Never.

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