Case Popolari, Racconto

Le urla del primo pomeriggio

I cortili di case popolari non sono concepiti come oasi di serenità. Sono piuttosto un coacervo di umanità degradata e spesso condivisa. Ti potrai allontanare da questa realtà, prima o poi, ma nel frattempo dovrai imparare a conviverci. Dovrai imparare a convivere con la loro chiassosità. Anch’io ho dovuto imparare a farlo. Ricordo che per almeno due anni il mio studio universitario è stato disturbato, con quotidiana ricorrenza, dalle urla di figlio del vicinato. Erano le prime ore del pomeriggio. Da un appartamento, le cui finestre si affacciavano sul nostro squarcio di cortile, provenivano le urla di un ragazzo in perenne conflitto con la madre. Sempre la stessa questione, discussa a colpi di improperi rivolti alla povera donna: epiteti che non pensavo potessero essere rivolti ad una madre, alla propria madre. “Sei una puttana” gridava nitidamente. E la frase rimbalzava sui muri condominiali e sul selciato per giungere alle mie orecchie. A tratti pareva una litania, ripetuta all’infinito, una cantilena impietosa dei sentimenti altrui e soprattutto di quelli di quella madre. Quella madre che da poco tempo era vedova, pensionata con una misera reversibilità, devastata da una sindrome depressiva e da quel figlio ingrato. Quel figlio tossicodipendente, che per i soldi di una dose l’avrebbe torturata ancor per un’ora almeno. Uno di quei tossici che sarebbe vissuto ancora a lungo: perché non condivideva la dose e soprattutto la “spada”. Alla madre non restava che la speranza di un’overdose che lo portasse via. Quel figlio le aveva portato via tutto, le fotografie di famiglia giacevano sul mobile dell’ingresso, prive di quelle cornici argentee che una volta le rendevano solenni. Forme rettangolari orfane. Mancavano all’appello biancheria da letto e da bagno, parte del corredo, il servizio con le tazze da the, quello bello in porcellana per le occasioni speciali, per l’ospitalità. Era tutto scomparso, svanito in cambio di spiccioli per la dose giornaliera. E oltre a questo accusava la madre di non condividere con lui i pochi spiccioli rimasti, quelli che la madre faticosamente conservava per le emergenze. La povera donna tutte le mattine attraversava il cortile mestamente, quasi ad implorare perdono per quelle grida e per quel figlio “tossico”. Mai nessuno si permise una parola, se non di saluto. Non aveva più le fedi di quel lungo e faticoso matrimonio, vendute dal figlio per qualche decina di mille lire. A quella madre non erano rimaste che lacrime amare da versare la sera prima di coricarsi, terminate le preghiere. Ma non ne versò una al funerale del figlio. Sono quasi certo che stesse pregando e ringraziando per quella Santa Overdose finalmente giunta. Quella finta serenità durò poco: dopo qualche mese fu trovata sul selciato del cortile immersa in una pozza di sangue. Era salita fino al quinto piano e dal balconcino comune si era lanciata nel vuoto dando un termine alle proprie sofferenze terrene.

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