Pensiero, Personale

Pensieri aggrovigliati

Un Natale inutile è trascorso, un giorno che sembrava poter essere pieno, ma che non è servito. Non è servito a placare quello che mi scorre dentro e ha avuto il sapore di falsa serenità. L’ho atteso, il Natale, quest’anno, l’ammetto, come vera occasione di serenità. Ma come sempre, da qualche anno, non lo è stato, soprattutto quando si è concluso. È stato ripetitivo: tutto già visto e senza il piacere dei ricordi. Il pranzo in particolare è stato veramente vuoto e non mi sono rimasti i sapori. Un’esperienza extra corporea con la mente persa chissà dove. Io lo so dove era, inutile nascondermelo, e un altro giorno separato è passato. Mi manca molto. La mattina dopo mi consolo con dello swing, elegante, a tratti allegro, ma così lontano, così anni ’50. Mi ricorda che lo ascoltavo al primo anno di università, pensando ad un futuro agiato, con whisky e cognac, con disponibilità economica. Non so perché proprio adesso questo pensiero, un pensiero così lontano da quello che sono sempre stato, ma con vergogna riconosco di averlo avuto in mente. La mia vita l’ho sempre affrontata come un fiume in piena che tutto travolge e chiede risposte veloci, con poco spazio per ripensamenti. E adesso che, apparentemente rallenta, sono poco incline ad analizzarla: quello che è stato è stato e non c’è modo di porre rimedio agli errori commessi e cancellare certe infelici considerazioni o scelte. C’è solo da capire se ci sia più buono che cattivo. Penso spesso che ci sia più buono, ma qualche scelta degli ultimi anni non l’ho ancora metabolizzata. Mi manca molto. Quando scrivo si genera un guazzabuglio di pensieri che cerco di ordinare in righe e paragrafi, post senza capo né coda, espressione maldestra di pensieri sovrapposti, di sensazioni emotivamente complicate da trasmettere, ma che finiscono per depositarsi, senza ordine, come senza ordine originano nel groviglio di sinapsi che compongono il mio cervello. Pensieri aggrovigliati come quelle sinapsi. Fuori pioviggina e fa freddo. La PlayStation mi guarda in silenzio, spenta: pare dire accendimi e dimentica tutto… almeno per qualche ora. Forse è la cosa giusta da fare per placare le sinapsi, confonderle o stordirle. Sarò forse più sereno più tardi. Non credo: perché mi manca molto. La stanza è piena di musica contemporanea, a tratti struggente, ma forse sono solo io che la vivo in questo modo. Alzo il volume. Non disturbo nessuno. Guardo lo schermo dell’iPad mentre nasce un nuovo pensiero. Le dita partono ed ecco le lettere materializzarsi. Vorrei essere altrove, fare altre cose, altre esperienze, vorrei essere extra corporeo per capire se ci sia un senso in quello che vivo, penso, emotivamente sento o se sia solo il parto di una mente disturbata dalla depressione. Vorrei poter essere solo. Mi manca molto. Forse dimenticherei la metropolitana, il profumo, il respiro, le mani. Non ho toccato, neppure sfiorato, ma era dentro, come ora. Accompagna la mente, oggi, niente di più. Mi manca molto.

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