Case Popolari, Racconto

Parcheggiata per arresti domiciliari

Una Mercedes nera, sempre un po’ sporca, parcheggiata a lungo, in cortile. Usata così poco, ma tanto tollerata. Ormai era un segno inequivocabile: parcheggiata per arresti domiciliari. Non poteva di certo circolare liberamente. Come per anni non lo ha fatto il proprietario: circolare liberamente.

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Gioco della bottiglia

Gira rumorosa per un tempo che pare eterno. Sembra non fermarsi più. Fra poco il vetro verde della bottiglia si fermerà, indicando. Per ottenere dalla sorte quello che in quegli anni non ero stato capace di chiedere. La bottiglia è ora ferma, ghiacciata nel suo verdetto.

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La notte dei R.O.S.

Un tonfo sordo, lo scalpiccio dei vibram d’ordinanza. Un’operazione notturna, non una novità in verità in quegli anni di cortile, su questo pianerottolo, così anonimo, così “case popolari”, così immigrazione meridionale. Trenta secondi e poi tutti fuori di corsa. Al giorno dopo i dettagli.

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Il più delinquente del cortile

Picchiare il prossimo può essere divertente, ma lui ne picchiava venti alla volta e ci scommetteva. Era sicuramente introdotto negli ambienti della malavita locale e milanese. Gli anni cambiano, ma per lui di più dopo un lungo soggiorno nelle patrie galere. Lui era salito in macchina e girato la chiave per avviarla. Un tremendo boato. Non morì. Neppure il Signore l’aveva voluto, ma accolse la sua vittima successivamente.

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Le urla del primo pomeriggio

Da un appartamento, le cui finestre si affacciavano sul nostro squarcio di cortile, provenivano le urla di un ragazzo in perenne conflitto con la madre. “Sei una puttana” gridava nitidamente. Era tutto scomparso, svanito in cambio di spiccioli per la dose giornaliera. A quella madre non erano rimaste che lacrime amare da versare la sera prima di coricarsi, terminate le preghiere. Ma non ne versò una al funerale del figlio.

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Urla di vento

Ricordo il frusciare delle chiome dei cinque pioppi che confinavano con il cortile. Il mostro lo immaginavo scuro, tetro, alato e con gli occhi di bragia. I mostri spaventano i bambini.

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Scazzottate

Non c’è giorno che passi, che possa definirsi tale, senza che qualcuno scambi qualche colpo di “nobile arte”. Non parliamo poi le botte date e prese per difendere un principio: il mio era “il pallone è mio e quindi io gioco”. Principio sacrosanto. Purtroppo per me, i calciatori più capaci erano anche quelli più prepotenti e abili con le mani. Pertanto quando arrivava il momento, tendevo a proteggere il labbro.

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Memorie di droga e morte

Era una bella ragazza del cortile. Al termine delle elementari avrebbe fatto a pugni se fosse servito e di sicuro il suo vocabolario non avrebbe sfigurato in qualsiasi contesto portuale. Passava pomeriggi seduta con la sua bambola ad aspettare, seduta sugli scalini del portone condominiale. La sua bellezza sfiorì ben presto e lei divenne un’ombra malcilenta e denutrita. Non sorrideva nei pochi momenti di lucidità. Non aveva un sorriso sulle labbra, ma ancora quel rossetto sgargiante, sbavato.

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Vita in Apecar

Nel cortile c’era un uomo trasandato, vecchio da sempre, consumato dalle intemperie, come un marinaio o un pescatore, con una vita complicata. Nel cortile si diceva che fosse la moglie a non volerlo più a casa, ma il perché di questo allontanamento non era noto a noi ragazzi, quale fosse la sua terribile colpa dato che non ci risultava fosse un violento o un uomo di malaffare. La Signora era stata costretta a quella scelta per il bene delle sue creature, ma da quel giorno aveva allontanato dal letto coniugale il marito e dalla casa.

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Catechismo e citofoni

Parlo dell’ebrezza dello scampanio dei citofoni, del gusto di “rompere le scatole” ad ignari cittadini sulla strada del ritorno a casa. Pensavamo di essere mitici, eroici, pronti ad essere acclamati al rientro al cortile. Nessuno è mai andato oltre al “vaffa” e penso fossimo tollerati proprio perché piccoli e stupidi o perché anche quegli adulti lo avevano fatto  a loro volta molti anni prima. Ci compativano e forse, simpaticamente, tornavano alla loro di infanzia.