Arvid Journaling

My way in Cognitive Journaling

Categoria: Racconto (page 1 of 8)

Rapporti

“Meno male un cazzo!” – disse Lui stizzito, come ne avessero colpito e ferito l’orgoglio. – “Secondo te l’aver scongiurato il possibile progredire di un cancro è un valido motivo per essere grati?” – era evidentemente alterato, Lei lo stava pensando sicuramente, non c’è alcun dubbio.
“E il fatto che ora, dopo l’intervento, il Coso non dia segni di vita, non ha alcuna rilevanza?” – la rabbia in Lui montava sempre di più, ma non per la menomazione, forse permanente, ma per quello che interpretava come la “superficialità ” di Lei
“Come dire che tu, dopo la mastectomia, sia stata grata della mutilazione perché avevi fatto un grande passo verso la guarigione. Grazie!” – Lui non riusciva a darsi pace.
“E non mi venire  a dire che non sei stata male accorgendoti della aggressione subita dalla tua femminilità.” – Lui ne ricordava i pianti nascosti davanti allo specchio in camera.
C’erano voluti mesi  di paziente attesa, una protesi e numerose sedute dallo psicologo per ottenere una minima intimità di coppia. Ed ora una nuova tegola sul loro menage. Sapeva perfettamente (il medico lo aveva ben spiegato) che con ogni probabilità nel suo futuro c’era una puntura per ogni erezione. Una dipendenza, non dal farmaco, ma dalla “disponibilità” di Lei. Ma Lei era solo intimorita da tutte le spiegazioni ed istruzioni avute. Ancora una volta le serviva del tempo. Frustrazione contro Tempo. A Lui sarebbe servito ancora Pazienza ed Amore.

Serata di chat su whatsapp

Non ci sono dialoghi sui massimi sistemi, ma se ripercorri una chat di whatsapp di una serata ispirata puoi raccogliere qualche piccolo pensiero, magari non particolarmente elevato,  da segnarti per ricordi futuri.

Vivo per dovere. Esatto. Devi sempre sapere perché vivi. Altrimenti che senso avrebbe vivere? Non si vive per vivere. Ho già vissuto per dovere, per amare, per tradire, per studiare. Ogni periodo di vita ha un suo motivo.

Spesso non si ha pazienza, non si sa aspettare, lasciare che una situazione o un sentimento evolva o maturi. Credo che si debba saper aspettare. E se quello per cui aspettiamo non accadesse bisognerebbe saper godere comunque di quello che si è provato nell’attesa. Proveremo malinconia nel ripercorrere quei momenti di attesa, le sensazioni e sentimenti provati. Alla fine ci sarà sempre un buon sigaro o un buon tabacco da pipa. Ci sarà un Tugurio. Ci sarà un libro.

Quello che ho dentro di me nessuno può portarlo via. Nessuno può sapere cosa ho provato quando ho baciato per la prima volta i miei amori, quando ho abbracciato, baciato annusato e visto per la prima volta i miei figli, quando ho spogliato per la prima volta la mia futura moglie, quanto l’ho amata, le notti d’amore ancora clandestino che abbiamo vissuto, la dolcezza e la bellezza dei suoi occhi nella penombra. La dolcezza infinita quando ascolto “Nazar Na Lag Jaaye” .

Io sono un po’ malinconico, come spesso accade la Domenica. Anche adesso sto nel Tugurio al calduccio della mia stufa a legna. Uno dei miei Ragazzi mi porterà il caffè e io mi dedicherò alla lettura. Metterò dell’acqua nel brico sulla stufa per il the della mezzanotte. Dimenticavo… dopo il caffè un buon toscano. Sono gli unici piaceri di noi vecchietti.

Malinconia, la sensazione che dà quel tepore che accompagna le tue giornate e che avvolge solo te: è solo tua. È il sentimento a me più caro e che mi ricorda che sono sempre io: che so amare, che so soffrire, che so sopportare. E’ quella sensazione sana che non è depressione, che ha fatto scrivere grandi pezzi jazz, blues. Che fa apprezzare un certo tipo di film. Che ricorda che sei un insieme di atomi e che te ne andrai, ma con dignità, perché sai provare malinconia. A molti la malinconia fa così male che vogliono compagnia per non sentirla. Per altri è anticamera della depressione. Per altri è il ricordo di qualcosa o qualcuno che non tornerà più. Come dico sempre ognuno ha il suo modo di funzionare.

Eva

Eva è una giovane donna, innamorata di un uomo tanto più grande di lei. Lei ha sempre seguito il detto popolare che “al cuore non si comanda”. E’ sempre stata così, dogmatica, non lo aveva mai messo in discussione. Ma oggi, per la prima volta, si era fermata a pensare e si era chiesta se una differenza di età così ampia ed evidente potesse diventare un ostacolo, prima o poi, rilevante per quel nuovo rapporto. Si era chiesta se proseguire in quella relazione avrebbe potuto influenzare negativamente l’orientamento di questa sua vita. Pensava a quanto stava godendo del momento e dell’intensità che il contesto “trasgressivo” alimentava con una potenza afrodisiaca. Ma si chiedeva se era onesta nel viverlo: era alla ricerca di un partner o semplicemente era piombata in un rapporto edipico? Si chiedeva se fosse capace di indipendenza emotiva tanto da non essere trascinata o travolta da quel rapporto. Si era chiesta se Lui non fosse semplicemente affetto da “peterpanismo” della mezz’età, da un uragano ormonale oppure se stesse cercando di colmare un vuoto sessuale. Ma le pareva proprio innamorato. Eva pensava con strana intensità a quel focoso rapporto, bello in verità, ma allo stesso tempo problematico. Si sentiva in periodo riproduttivo spinto e, anche se non pienamente consapevole, alle soglie di un desiderio di maternità. Lui forse la fase “maternità” l‘aveva già vissuta o non aveva voluto viverla. “Forse non é una sua priorità”. Eva desiderava costruire una esperienza di coppia che fino ad ora non aveva vissuto o che aveva vissuto male. Lui una esperienza di coppia ce l’aveva avuta e l’aveva vista fallire. “Uffà, quante complicazioni!”. Le affiorava alla mente la solita domanda: e se Lui non volesse assecondare le mie priorità, potrà bastarmi amarlo? Non finirà per “rubarmi” queste esperienze e nel tempo trasformarmi in una “badante” malata d’amore?

Ricordo il vento caldo di fine Ottobre

Quella sera di fine ottobre soffiava un vento innaturalmente caldo, fastidiosissimamente caldo. Era un vento carico di presagi, infausti presagi, carico di eventi tragici prossimi. Impalpabilmente tragici e illogicamente alle porte della mia consapevolezza. Un vento nervoso, inquietante, che rendeva il cielo terso e rosso, in un tramonto denso di paura. Cupe vampe che si spostavano nell’immaginario per invadere l’oggi. Vento messaggero di sventure prossime a materializzarsi. Il vento esasperava i dolori dell’anima che, mostruosi, attendevano l’attimo di diventare maturi. Il vento mi scavava dentro nutrendosi della mia ansietà e prendendo possesso della mia ragione, sibilando sinistro fra le mie incertezze, ululando come fa il più tetro dei mostri e il più spaventoso dei fantasmi del passato. Vento, presente presagio di sventura, sempre meno controllabile. Non era ancora panico perché la parte razionale di me non aveva ancora ceduto, ma vacillava. Fermai i miei passi e osservai le cupe vampe all’orizzonte: il vento caldo mi gelava. Come spesso accade anche questa volta avrei volto tutto in malinconia, cercando di scaldarmi con il suo tepore. Riportai tutto a quella sensazione e le cupe vampe si fecero tenui lumi, fuochi fatui di camposanto, fra petali rinsecchiti di crisantemi a fine sepoltura. Mi sedetti, ancora una volta, in ascolto dei rumori della vita che scorreva poco lontano, grida di cortile, rumori di traffico, scorrere di acque nei fossi e frusciare di foglie pronte ad abbandonare, ultime, i rami quasi spogli. Non pensai più, ma ascoltai la malinconia scacciare i terribili presagi, dandomi, come sempre, tepore. Ripresi a muovere qualche passo ascoltando l’acqua lenta di un piccolo rivo che si allargava in una piccola pozza d’acqua stagnante. Dalla riva spoglia un tuffo di ratto ad attraversarla. Mi resi conto che la vita, naturale e a noi nascosta, scorreva nonostante me e i miei pensieri. Non si occupava di presagi ma del suo ciclo vitale, non aveva pensieri ma si muoveva determinata e naturale. Io no, mi lasciavo trascinare dal vento caldo d’Autunno, per stare male.

Oltre Le Onde

Esiste la musica dei virtuosi, tanto bella che sembra perfetta, emozionante, adatta ai momenti di intimo relax, al termine di giornate piene di attività, di impegni. La musica che si diffonde, piena e rilassante. Musica “per bene”, rassicurante perché prevedibile, melensa e calma. Questa è la musica che Lei ascolta al rientro dalla giornata lavorativa per recuperare armonia dopo ore di insegnamento, ore passate con bambini e colleghi. Appoggia libri e quaderni sulla scrivania dove prepara le lezioni e corregge i compiti, appende la giacca, la sciarpa di questo freddo inverno. Si avvicina alla sua cassa bluetooth e lì accoppia lo smartphone. Fa partire Le Onde e si sposta in cucina. Prepara un caffè e torna a raccogliere i biondi capelli scompigliati dal freddo vento di una fredda giornata. Attende che la caffettiera gorgogli ed ascolta. Il pianoforte riempie gli spazi, satura l’ingresso e poi la sala, fino a raggiungere, smorzata e delicata la cucina. Lei conosce bene ritmo e passaggi di quella musica che così spesso l’accompagna. Presto non ci farà più caso, come un rumore di sottofondo. Oggi non la scalda, non la rilassa, non la emoziona, si limita a riempire l’aere. E’ più forte il gorgogliare della caffettiera, è più forte il profumo di caffè che pervade la cucina. Liquido nero e fumante dalla tazzina e un cucchiaino di canna da zucchero che si perde nel vortice scuro. Seduta sullo sgabello della sua cucina all’americana si scotta le labbra e riemergono i giorni passati dopo l’operazione, che pare ora così lontana. Un fremito di paura, le ore nel letto d’ospedale, gli ambienti ospedalieri, le persone incontrate e incrociate. Realizza che la sua musica ora la disturba, spezzata da quell’ospedalità che un po’ l’ha segnata. Solo ora realizza quanto disagio abbia superato e sente che qualcosa è cambiato. Come un automa scorre lo smartphone alla ricerca di quella musica altrui, aliena e lascia che cominci ad invadere il suo spazio, i suoi spazi domestici. Ascolta quelle note strane, quei ritmi complessi e cangianti, coinvolgente in duri e ripetitivi loops, a tratti ipnotica. Si sente così strana, rapita, ammaliata. Non è lei. E’ dentro a qualcun altro e ne sente le emozioni, le tristezze, le angosce, ma anche le gioie e le speranze. Ora capisce quello che mille parole non avrebbero potuto spiegare con maggior efficacia e sentimento. Lo sente vicino a sè, in quel secondo sgabello della sua cucina all’americana. Si materializza con quell’aria triste, vagamente intellettuale, ma estremamente semplice e solida. Chiude gli occhi e lo ascolta, nota dopo nota. Lo conosce un po’ di più. Sente tutta la tristezza che lo pervade e la sua malinconia. Lui non ascolterebbe mai Le Onde, perché ha dentro tramonti tristi, voci lontane e angosce, ha con sé volti di morte e sofferenze, ha speranze defunte, rabbia e amore. Torna ad aprire gli occhi mentre la musica sfuma e Lui si dissolve. Ma rimane quella tristezza e con Lei la speranza di tornare ad incontrarlo, con il brano successivo, da Lui suggerito. Nel frattempo scorre lo smartphone, raggiunge Le Onde. Vuoi eliminare il brano dalla tua playlist? Crede proprio che sia ora di farlo…

Post da leggere ascoltando brani dei “Lunatic Soul”, dedicato a Samantha.

La donna che corre sempre

Mette un passo avanti all’altro ad un ritmo definito e discretamente sostenuto. Ha lo sguardo all’orizzonte, verso la meta. Ha un obiettivo da raggiungere e una routine per ottenerlo.

Voglio un uomo che condivida le mie passioni, soprattutto quella sportiva. Lo voglio, la mattina presto, a coprire con me i primi chilometri della giornata. Voglio che condivida il mio dinamismo. Voglio che si illumini d’amore, voglio che sia quello giusto.

Con un atto di ferrea volontà ha spezzato il fiato e ora cerca di incrementare le cadenze della sua corsa. Non deve, non vuole, essere sopravanzata, Non deve, non vuole, vedere avanti a sé altro che strada libera, deserta, pronta ad esser percorsa dalle sue scarpe giallo fluo. Passo e respiro all’unisono per fiaccare e staccare l’avversario, per restare davanti e dettare il ritmo della corsa.

Quest’uomo, questo amore non arriva, non mi raggiunge, mentre il tempo inesorabile scorre e passa. Sempre solitaria passo lunghe giornate d’attesa, giornate sospese, impegnate e intense, ma sospese. L’amore non mi raggiunge. Le mie aspirazioni amorose tardano a materializzarsi nonostante il mio impegno e questo mio desiderio resta ancora insoddisfatto. L’uomo giusto non mi raggiunge.

Passano minuti e chilometri e il fiato la sostiene nel suo impegno. I metri scorrono sotto quelle scarpe fluo. Nessuno la può raggiungere, la può superare, non le serve un altro sforzo per restare avanti. Se fosse una gara l’avrebbe certamente vinta, ma é solo la corsa mattutina e presto sarà conclusa, a poche decine di metri dal portone di casa. Solita meta quotidiana. Un tempo da migliorare nei dieci chilometri mattutini, sempre quelli, sempre solitari.

La giornata è nuovamente terminata e l’amore non mi ha raggiunto. Sono determinata a trovarlo, so bene come deve essere, per essere quello giusto. Deve solo raggiungermi, al momento giusto.

La ragazza è solitaria tutte le mattine nella sua corsa e solitaria resta nonostante la continua ricerca dell’amore che tanto desidera. Ma è troppo veloce ed esigente, il suo passo risulta insostenibile, lei è irraggiungibile. La sua corsa non avrà mai termine.

Lascia correre i pensieri

La serata è fredda, dopo un mezzo pomeriggio di pioggia. Da poco ha smesso di piovere e le macchine, al loro passaggio, nebulizzano l’acqua dall’asfalto. Gli steli d’erba brillano per fini goccioline prossime ad evaporare. La musica riempie il mio piccolo rifugio e si diffonde su quel tappeto luccicante. C’è serenità intorno, c’è quiete, c’è riposo. Frenetica giornata ti stai spegnendo! Volute di fumo dal toscano si alzano spesse con aroma intenso e secco che ben contrasta con la morbidezza di questa ora. Crepuscolo. Piedi scalzi si rilassano rinfrescati da una leggera brezza e subito tornano a rifugiarsi in tiepide pantofole. Serata che volge all’ora delle oscurità. Profumi umidi, bagnati di erbe e di polveri. Una finestra si illumina al piano di sopra e l’ombra di un figlio si muove, inquieta si sposta, si estende un attimo e poi si contrae. Una goccia di pioggia sulla faccia mi distrae e passo la mano ad asciugarla. Guancia ruvida di barba ispida, come le giornate di questo tempo sospeso, in attesa di un non so cosa. Chill out please! Pensieri leggeri dopo giornate intense e complesse, piene di ragionamenti, decisioni e stress. Gesti e parole lascino posto a pensieri leggeri, profumi e musica. Torno a ripensare ai posts di questi ultimi giorni e alle sensazioni che mi hanno lasciato dopo averli creati. Ripenso al mood  che ho voluto trasmettere, fissare. Raccontare, esprimere ciò che mi nasce dentro in questo stato di solitudine e malinconia. Tratti per me struggenti. Blues. E questo spazio che ho creato per me, costruito con le mie idee e fisicamente con le mie mani, parla di solitudine e malinconia, di isolamento, separazione dal brutto che mi circonda. Materiali poveri e riciclati, scarti che hanno dato forma alle mie idee, alla mia vena creativa e alla mia vena pratica. Mi aiutano a godere di momenti intimi, volutamente malinconici. Legno, candele, sigari, down-beat ritmato nell’aere. La penna che scorre sul foglio ad immortalare il momento con i suoi umori. Tratto nero che descrive. Tratto nero che cadenza. Tratto nero preciso e deciso, inarrestabile. Parla per me e rende solidi i miei pensieri. Stop! Giunge un profumo dal mondo, dolce come di tiglio. Apro le narici e lo sostituisco col secco tabacco. Le mie labbra secche come quel sigaro che serrano ad ogni tiro. Cade la cenere sul foglio e si scopre l’ardere rosso intenso del sigaro, ardente come quello piccolo di sigaretta che annunciava la presenza del Fenicottero in attesa. Ha ripreso a piovere. Il ticchettio delle gocce sul tetto in lamiere si mischia, delicato, alle note di un brano soft e ne crea un nuovo ritmo. Una composizione unica che ascolto solo io e che sarà con me ora e mai più: nasce e muore per donarmi nuova malinconia. Mi accorgo di massaggiare il mio piede sinistro, come volessi consolarlo e sollevarlo dal peso di una giornata ormai finita. Sollievo. Ma non basta: forse il Fenicottero potrà darmi pace.

Il Fenicottero dalla nera livrea

Lenta la macchina, nel buio i fari illuminano lateralmente pochi metri. Sagome. Scorrono metri a centinaia. Nuove sagome. Il momento più intenso è l’avvicinamento, la scelta. Pochi istanti che scrutano l’oscurità, la sagoma, l’abbigliamento. Passano altri cento metri e altri ancora. Altri fari lenti cercano, scelgono e ripartono scorrendo lungo un viottolo laterale. Inghiottiti dalle tenebre. Una minigonna dalle lunghe gambe e un tacco 12. Fenicottero immobile. Più sopra il luccicare della sigaretta. Una rotonda e si torna indietro. Fenicottero dalla livrea completamente nera, si mimetizza tradito da lunghe e candide gambe. Stop lento. Si spegne la sigaretta. Il Fenicottero si avvicina sinuoso. Una sferzata di profumo, dolce, all’ananas. Due parole ed un si. Il fenicottero si accomoda sexy. La gamba è lunga, pare non finire mai, ma la interrompe l’orlo della minigonna. Semplicemente. Il viottolo inghiotte tutto nell’oscurità. Poche centinaia di metri poi la fermata nel buio assoluto. Gli occhi si adattano e fuori illumina la Luna. Pochi istanti sembrano eterni, rituali. Il Fenicottero non emette suono, si muove avvicinandosi, intimo. Non servono parole, i gesti sono così naturali e si susseguono. Il Fenicottero dalla nera livrea non si alza in volo, si avvicina. Ha mani delicate, esploranti, avvolgenti. Si può solo risponderle, spontaneamente. L’ormone alza il livello adrenalinico. Battiti forti in petto e pulsare fra quelle mani. Pellicola. Il Fenicottero si china ed è calore. Il ritmo del Fenicottero si fa lentamente ma inesorabilmente veloce. E’ tepore e frescura, alternati. Meccanico nel buio. Dopo poco è calore e turgore. Il Fenicottero è chino e intimo, non dà trequa, incalza e assale. La gamba è liscia e nuda, tiepida. Anche sotto e oltre l’orlo della minigonna. Non freme ma si contrae quando la mano raggiunge un lembo, un pizzo in cotone. Il Fenicottero incalza. L’intimo esplode improvviso, piacevole. Il Fenicottero rallenta e completa la sua danza, sempre più lento. Alla fine si allontana ma lascia che la mano scorra la gamba infinita. Torna la Luna a brillare serena. La tensione lascia posto al tepore. Soddisfatto. Ancora qualche minuto. Il Fenicottero ora sorride, accarezza la mano e poi la scosta delicata lasciandola sulla scoscia. L’orlo della minigonna ritorna limite. Il viottolo torna ad illuminarsi e il Fenicottero torna alla posizione dell’incontro. Gambe lunghe e livrea nera. In lontananza si accende il lume rosso, vivido della sigaretta. Tutto finito. Resta il calore.

Osteria

Questa Domenica è stata la conclusione di una settimana lavorativa molto intensa. Ora sento la necessità di un attimo tutto mio, di relax oltre che alimentare. Ho scelto una osteria trani-style in piena Baggio, vecchio quartiere periferico di Milano. È la mia seconda volta qui. L’ho conosciuta un paio di settimane fa e mi ha subito conquistato con la sua atmosfera antica e popolare. L’unica stonatura è la gestione cinese. Ma i piatti sono rigorosamente italiani e dalle porzioni molto generose, come nella vecchia Milano. Orecchiette con broccoli, la cotoletta alla milanese con insalata mista. Gli avventori sono vecchi milanesi, vecchi immigrati pugliesi, artigiani e manovali di zona. Molta umanità. Già con il primo scatta la “scarpetta”. Il gusto della semplicità in abbondanza. Poca varietà ma sostanza. Il profumo è quello tipico dell’osteria, un misto fumoso di bicchieri di rosso e di ragù, stracotto e sempre pronto. Mi ricorda le osterie della mia infanzia. Anche l’aceto è di vino rosso. Una fresca insalata mista e una cotoletta con osso, assolutamente nel solco della tradizione. C’è un anziano che pranza con la coppola, un paio di avventori vocianti, anche un un paio di veneti. Parlano tutti da un tavolo all’altro, si conoscono. Parlano di questioni di quartiere e di vecchi ricordi. Fermano il tempo. Riempiono la mia mente di ricordi e mi fanno ricordare sprazzi di infanzia milanese col nonno e con il suo tentativo di istruirmi: dialetto e racconti. Solo ora, adulto, mi rendo conto di come il suo lavorio ora mi dona dei melanconici ricordi. Il mio pasto ha ritmi lenti, per me inusuali, con gesti misurati, mentre assaporo ogni boccone di questa cotoletta “del ricordo”. E un po’ mi commuove. Fra poco sarà ritmo e frenesia, ma ora no: ancora un po’ di profumo di cucinato, ancora una lenta serie di bocconi, di panatura e aspro di limone. Sperando che non finisca più.

Parcheggiata per arresti domiciliari

Una Mercedes nera, sempre un po’ sporca, parcheggiata a lungo, in cortile dove non si può. Ingombrante, per mesi ferma a dar fastidio. Ma nessuno si è mai sognato di protestare per il disagio arrecato. Nessuno. Mai. E tutto questo si è ripetuto, anno dopo anno, senza che nessuno osasse. Il padrone era agli arresti domiciliari, spesso, molto spesso. E la sua macchina giaceva immobile per mesi. Un obbligo di firma alle 18 in punto e una vecchia volante dei Carabinieri si fermava per pochi minuti. Un giovane militare, spesso di leva, saliva quei pochi gradini con un consunto registro, come quello dei professori sulla cattedra di tulle le scuole dello “stivale” italico. Poi tutto tornava sospeso, macchina compresa. Il signor S. la mattina lo trovavi in latteria per la colazione e il primo pomeriggio al bar, ma alle 18 era a casa, sempre. Passarono gli anni ma non quella Mercedes, usata così poco, ma tanto tollerata. Ormai era un segno inequivocabile: parcheggiata per arresti domiciliari. Chi avrebbe mai osato lamentarsi?

Da alcuni anni ormai la Mercedes non staziona più in cortile. Con l’avvento degli euro5 e degli euro6 non poteva di certo circolare liberamente, anche se non lo ha mai fatto. Come per anni non lo ha fatto il proprietario: circolare liberamente.
Quell’uomo è scomparso come la sua rottamata auto. Non ho idea se sia morto o se rimanga in casa perché consumato dalla vecchiaia. In ogni caso mi chiedo quanta vita si sia goduto confinato in quella casa e poche centinaia di metri più in là, in latteria o al bar.

« Older posts

© 2020 Arvid Journaling

Theme by Anders NorenUp ↑