Arvid Journaling

My way in Cognitive Journaling

Categoria: Società (page 1 of 5)

Come vivere

Penso spesso al mio modo di vivere il tempo, a cosa accogliere e che cosa rifiutare. Vorrei mantenere la parte di me che spinge verso la modernità, avendone ben presente gli aspetti positivi e quelli negativi. Allo stesso tempo vorrei poter mantenere e, in qualche caso, recuperare esperienze e modi del “fare” antico, mantenerne i valori, ma sopratutto recuperarne la lentezza: desidererei avere più tempo. Mi piacerebbe riuscire ad integrare queste due aspirazioni, espandendo sensazioni, emozioni e pensieri, per costruirmi un un futuro migliore.Intorno a me percepisco molto disagio e, con questo, paura, egoismo e solitudine. Una società che oggi mi sembra popolata da disadattati, con vite che mi paiono già concluse, aride e senza speranza. Una società che si mostra a me chiusa, desolata, piena di conformismo e depressione. Cerco di superare tutto questo e di non esserne travolto. Ed è per questo che mi tengo aggiornato, che leggo, studio e ascolto. Cerco ogni giorno la mia via, anche se tutto questo condiziona il consumo di molte energie fisiche e psicologiche.

Buona giornata a me.

Eva

Eva è una giovane donna, innamorata di un uomo tanto più grande di lei. Lei ha sempre seguito il detto popolare che “al cuore non si comanda”. E’ sempre stata così, dogmatica, non lo aveva mai messo in discussione. Ma oggi, per la prima volta, si era fermata a pensare e si era chiesta se una differenza di età così ampia ed evidente potesse diventare un ostacolo, prima o poi, rilevante per quel nuovo rapporto. Si era chiesta se proseguire in quella relazione avrebbe potuto influenzare negativamente l’orientamento di questa sua vita. Pensava a quanto stava godendo del momento e dell’intensità che il contesto “trasgressivo” alimentava con una potenza afrodisiaca. Ma si chiedeva se era onesta nel viverlo: era alla ricerca di un partner o semplicemente era piombata in un rapporto edipico? Si chiedeva se fosse capace di indipendenza emotiva tanto da non essere trascinata o travolta da quel rapporto. Si era chiesta se Lui non fosse semplicemente affetto da “peterpanismo” della mezz’età, da un uragano ormonale oppure se stesse cercando di colmare un vuoto sessuale. Ma le pareva proprio innamorato. Eva pensava con strana intensità a quel focoso rapporto, bello in verità, ma allo stesso tempo problematico. Si sentiva in periodo riproduttivo spinto e, anche se non pienamente consapevole, alle soglie di un desiderio di maternità. Lui forse la fase “maternità” l‘aveva già vissuta o non aveva voluto viverla. “Forse non é una sua priorità”. Eva desiderava costruire una esperienza di coppia che fino ad ora non aveva vissuto o che aveva vissuto male. Lui una esperienza di coppia ce l’aveva avuta e l’aveva vista fallire. “Uffà, quante complicazioni!”. Le affiorava alla mente la solita domanda: e se Lui non volesse assecondare le mie priorità, potrà bastarmi amarlo? Non finirà per “rubarmi” queste esperienze e nel tempo trasformarmi in una “badante” malata d’amore?

E si sentì molto meglio

Molte volte aveva sussurrato alla sua mente un pensiero, senza trovare il coraggio di enunciarlo. Un grido sordo nella mente perché temeva, nell’esplicitarlo, che andasse semplicemente perso.
Camminava nel più totale silenzio, in un grigio mattino, pensando ai fatti della vita e della politica di quegli ultimi giorni. Pensava a lui come ad una formica, un essere infinitesimale, al mondo solo per accompagnare i propri cari ad una agognata autonomia.  Pensava in quel preciso momento, sinceramente, di non contare nulla come marito, come uomo, come essere sociale. Trovava questa sua considerazione fondata su  un profondo senso di impotenza, anzi di inutilità. Oggi giorno ascoltava, passivo e disilluso, le infinite argomentazioni di suoi simili, di suoi pari, sull’essere e sul divenire, costantemente volti alla semplice affermazione del se’. Non erano mai sinceri, obiettivi, intenti ad una equilibrata e asettica valutazione di fatti e di opinioni. A lui pareva solo di ascoltare personaggi falsi, vecchi o più spesso “vecchi dentro”. Li ascoltava argomentare palesi banalità al solo scopo di mantenere posizioni, idee acquisite come monoliti. Non li sentiva mai parlare di futuro per le nuove generazioni, anzi ignoravano o negavano questo concetto. E ascoltarli non faceva che accentuare il suo senso di oppressione, di sconfitta. Sentiva su di se un macigno opprimente la speranza e si rendeva conto del rischio di non lasciare ai propri discendenti quel bello che pensava di costruire e quindi di donare.
Ma proprio in quel preciso istante, mentre rifletteva su tutto questo, prese coscienza di un sano pensiero che stava tornando prepotente: pensò che avrebbe fatto sempre lo sforzo opposto nel ricordare ai propri figli, di non scordare, di praticare, i valori di onestà, coerenza, solidarietà, laicità. Di non ascoltare chi andasse ad affermare, menzognero, il contrario.
E si sentì molto meglio

Il Tugurio – Se c’è un perchè

Parliamo di chiavi, di motivazioni che mi spingono ad affrontare questo progetto “living”.

Partiamo dai concetti base. Conosco bene le caratteristiche di questa società, consumistica e competitiva, che detta standards di vita sempre più alti, soprattutto in termini di crescita economica al fine di affermazione sociale. So bene, allo stesso tempo, quanto questa lunga crisi economica, che dura da quasi dieci anni, condizioni le nostre scelte, i nostri progetti e le nostre ambizioni. A questo mi sento di aggiungere che percepisco chiaramente, con un certo fastidio, il mio orologio biologico che corre lungo la china di questa mia vita terrena. Sento perciò la necessità riconsiderare tutta questa mia vita per aumentare il controllo su quello che sembra sfuggirmi, ogni giorno di più. Sento infatti il bisogno di spazi ristretti, essenziali per funzionalità e impatto economico. Mi servono spese light per una finanza light, oggetti, vestiti essenziali e funzionali, un taglio sereno al superfluo. Sento la necessità di una decrescita, una “decrescita felice”, che non sia rinuncia di quello che non riesco ad ottenere o a fare, ma sia un modo per riacquistare serenità e ordine. Ho voglia di autoproduzione, autocostruzione, riciclo, riconversione, riutilizzo. Ma allo stesso tempo voglio potermi servire di tutta la modernità disponibile: tecnologia, architettura, ingegneria, know-how volti alla creazione di un mio spazio. Conosco e seguo le tematiche legate alle tiny houses e ai micro appartmens: argomenti di nicchia al momento nella nostra penisola, spesso denigrati. Non esiste legislazione a riguardo e credo neppure aziende che se ne occupino. Ho quindi pensato ad un progetto di sistemazione e conversione di uno spazio minimo: 4 metri quadri con funzione living.

https://il-tugurio.webnode.it

Forse a “Quel tal paese” prima di tutto

09:25 Ansia da ritardo in ufficio; 12:05 Palpitazioni pochi secondi; 14:10 Camminata veloce con lieve affanno; 18:10 Incazzatura sul lavoro;  18:15 Discussione animata al telefono, non ho avvertito nulla, almeno mi pare;  20:00 Ogni tanto prendo in braccio il bambino che pesa 12 Kg;  22:56 Ricevo sul cellulare una chiamata inaspettata.

Nel complesso è stata una giornata emotivamente agitata

Caro lettore, vorrei condividere alcune considerazioni sul diario che ho riportato qui sopra. Mi chiedo se questo personaggio sia il degno rappresentante di una persona media  della nostra società . Certo non abbiamo molti riferimenti (età, lavoro, legami familiari e affettivi), ma a pelle mi verrebbe da considerarlo come tale.
Mi chiedo alcune cose.
Se prova ansia nel ritardo mattutino, mi chiedo perchè: ha così tanto da fare da compromettere l’esito del proprio impegno? Oppure considera che il ritardo comporterà la necessità di un recupero e lo spostamento temporale di altri pressanti impegni (deve forse recuperare i bambini, ha un appuntamento dal parrucchiere, deve fare la spesa, si deve preparare per un incontro galante)? O ancora arriva così spesso in ritardo da temere il rimprovero di un capo?
Avverte delle palpitazioni per pochi secondi, ma non dice nulla sulla qualità di questo evento: è spaventata? è solo disturbata? Perchè ha il modo di avvertirle? Stava pranzando solitaria, assorta nei suoi pensieri? Stava al bagno in intimo relax?
Nel primo pomeriggio cammina veloce e prova affanno. E’ nuovamente in ritardo dopo la pausa pranzo? O è già alle prese con una pratica che il capo vuole subito sulla sua scrivania? Ma soprattutto non è naturale provare un lieve affanno mentre si è affacendati? Forse per questa persona no, visto che sente il bisogno di comunicarlo. Ma allora è così giù di tono? Non fa palestra o, come è di moda negli ultimi anni, non fa del cammino veloce?
Alle diciotto è ancora al lavoro, è una stacanovista o deve recuperare il ritardo del mattino? E si arrabbia per i lavoro immagino o perchè chi dovrebbe ritirare i bambini le ha dato buca. Chiama subito per risolvere la questione di lavoro (un fornitore inadempiente o un cattivo pagatore) o per chiamare chi deve aiutarla nella sua urgenza familiare? E se la persona fosse una Lei e un collega le avesse toccato il sedere (visto che è proprio incazzata)? Forse la telefonata è per comunicarlo ad un dirigente o magari alle forze dell’ordine? Ma ha avuto il tempodi capire che al suo cuore non è successo nulla, nessuna reazione preoccupante, neanche una palpitazione (forse la questione lavorativa o la palpatina non erano poi così significative).
Poi immagino ci sia stato il ritorno a casa ed immagino che quel sollevare il bambino di 12 Kg sia il suo modo per provare a temprare il fisico, visto l’affanno accusato alcune ore prima. Altrimenti perchè soppesarlo e comunicare di averlo sollevato: forse per sotolineare di avere un figlio obeso?
Finalmente è sera e scatta lo “shining”: quasi alle ventitrè una chiamata inaspettata (giustamente data l’ora tarda) che si premura di comunicare: un fatto anomalo, forse un amante, forse una notizia di morte o un incidente ad un caro (spero proprio di no).

Ma prima che tutte queste domande si affollino nella vostra mente,  non vi verrebbe voglia di mandare questo soggetto semplicemente a quel tal paese?

L’arte del non essere nessuno

Sicuramente io sono un Signor Nessuno. Uno che non conta e che, più di tanto, non conterà mai. Con orgogliosa e fredda considerazione io sono questa cosa qui. Ma questo post non vuole raccontare di me o di chi è un “Signor Nessuno”. Vuole parlare di chi non è nessuno e, nel tentativo di emergere e primeggiare, non fa altro che confermare il proprio status di “nessuno”. Parlerò dell’arte messa in campo nella speranza di risultare un “qualcuno”. Ecco perché parlo de “L’arte del non essere nessuno”. Il più fulgido esempio è quello fornito dal “canguro (rif. post del 04/01/2017). È l’essere che parla di se stesso e pubblica post a ripetizione incensando le proprie capacità, la propria sensibilità, la propria caparbietà, mettendo in risalto qualità morali ed educative. Nel contempo il “canguro” si circonda di una schiera di inetti che, permettendogli di svettare, non fa altro che gonfiarne immagine e stima. Marketing del nulla si potrebbe arrivare ad affermare. La costruzione di questa posizione coinvolge anche il “cerchio magico” dei prossimi al “canguro” che, carichi e pregni delle doti infuse dal capostipite, stanno lì, esempi fulgidi, a testimoniarne gli infiniti pregi. Lo so che state pensando che ne sia invidioso e che, in quanto “Signor Nessuno”, ne provi una profonda, meschina, avversione. Il “canguro” però è quello che non potrei mai essere. E su questo vi do’ assolutissimamente ragione. Ma l’arte del “canguro” è proprio quella di instillare nelle vostre menti queste considerazioni, mentre rimane un “nessuno”; ecco che assurge a dignità di “qualcuno” grazie a questa vostra infatuazione, a questo vostro elevare le banalità che enuncia quotidianamente. Sarà grazie alla vostra inettitudine e alla vostra complicità che continuerà ad alimentare il proprio ego. E non ci sarà più rovinosa caduta di chi si erge in alto senza solide basi; solide basi che non siete certamente voi. Ma il “canguro” è anche lo specchio di questi nostri tempi arroganti e superficiali, di questo tritare gli altri, di questo sentirsi sempre migliori di. È stucchevole leggere e ascoltare il “canguro” e quelli come lui. È così grottesco che non si aspetta altro che un nuovo post, per sorridere de “L’arte del non essere nessuno”.

Newness:  the quality of being new or original

Scrivevo in un post del Giugno 2017 di come il poliamore fosse un argomento di nicchia, ma concettualmente sempre di più all’attenzione di questa nostra società. Un concetto molto complesso e difficoltoso, sia a livello dei rapporti interpersonali che nell’impatto che ha sulla società. Inizialmente lo si poteva intendere come un’alternativa al calo della libido della coppia. Ma oggi viene proposto come un modo di intendere il rapporto amoroso, che parte direttamente come poliamore e non come evento rinfrescante un rapporto spento e stanco. Poliamore fin da subito, anche nella coppia appena formatasi. Sta fiorendo letteratura e cinematografia che a questo si ispira, come a voler modificare il concetto di amore, ampliandolo: sembra il modo per rendere accettabile quello che accade nascostamente, il desiderio di polirapporti alla luce del sole, perchè divenga rispettabile anche un amore non esclusivo.

Non è questione di giusto o sbagliato, ma si tratta, ancora una volta, di comprendere come la società sia sempre più complessa. Praticare le nuove realtà è una scelta, ne giusta ne sbagliata, è il nostro modo di attraversare questo mondo. Si può conservare o progredire, basta non essere reazionari e beceri, si può criticare, perché il nuovo sia un vero progresso e non una semplice trasgressione, perché il nuovo possa dare un valore aggiunto al progredire o al mutare. E’ un dovere affrontare e riflettere, per noi e per gli altri, così che nulla ci colga impreparati, ma soprattutto arretrati: i figli e i nipoti ci faranno quelle domande che noi abbiamo fatto o avremmo voluto fare ai nostri genitori e nonni; noi non abbiamo ricevuto risposta o non abbiamo potuto farle, ma a noi, prima o poi arriveranno. Se vorremo incidere nella società e nella vita di questi nostri cari dovremo essere pronti, attuali nelle nostre considerazioni e risposte.

Farsi spugna

Globalizzazione – Insieme assai ampio di fenomeni, connessi con la crescita dell’integrazione economica, sociale e culturale tra diverse aree del mondo.

Migrazione – Ogni spostamento, per lo più in gruppo, da un’area geografica ad un altra.

Nel nuovo millennio la globalizzazione è un fenomeno rilevante e portante dello sviluppo planetario. E’ un fenomeno ineludibile che influenza e influenzerà tutte le attività umane. Dal punto di vista sociale ha e avrà un impatto e un’importanza tale da influenzare l’evoluzione della specie. E’ e sarà come l’acqua che esonda, si espande, occupa ogni spazio e travolge ogni ostacolo. Prende forza dalla sua quantità e ad essa sopravviverà chi è o si farà al più presto spugna. Il futuro non starà nell’arginarla, nel contenerla, perché, prima o poi, tracimerà tornando a travolgere occupando nuovi spazi. Nei prossimi millenni diventeremo un’unica etnia, risultanza di una naturale mescolanza. I nostri sono giorni di crisi e di paura perché il tracimare di quest’acqua è iniziato e pochi sono spugna. La paura spinge a confinare l’acqua in compartimenti e, all’interno di questi, si potrà solo affogare… se non ci si farà spugna. L’acqua avanzerà, si alzerà e i compartimenti soffriranno fino a collassare e l’acqua occuperà nuovi spazi e raggiungerà nuovi confini, per superarli nuovamente. E sopravviverà solo chi si farà spugna. Sarà questa la globalizzazione, quella vera, quella delle etnie che si mescolano per vivere e prosperare.

Depositare la polvere sotto il tappeto

Il Signor Nardella, sindaco di Firenze, rivendica la giustezza della sua ordinanza contro la prostituzione. Sostiene che le ordinanze contro i clienti delle prostitute hanno ridotto notevolmente la presenza di queste sulle strade e nei viali di molte città. Un passo avanti per il decoro cittadino.

Dal punto di vista visivo ed estetico ciò è ineccepibile. Ancora una volta però, chi amministra il nostro massacrato paese sceglie di depositare la polvere sotto il tappeto.

Da Peppa Pig a Pull-a-pig

Molti dei nostri ragazzi, solo pochi anni fa, erano nel pieno dell’era di Peppa Pig, in piena infanzia e nell’età dell’innocenza assoluta. Un dolce cartone animato da gustare al rientro dall’asilo e forse dei primi anni delle elementari. Cartone animato e merendina al cioccolato per merenda. Migliaia di piccoli fans e un gran merchandising, secondo solo, forse, a quello di Geronimo Stilton. Peppa Pig è una tenera, dolce, simpatica maialina molto simile, per certi versi, a Pimpi della saga di Winnie The Pooh. Un condensato melenso di quei buoni e sacrosanti valori che si vorrebbero trasmessi ai nostri pargoli. Ore e ore di supplizio per noi genitori.
Poi questi figli crescono e abbandonano la maialina, percorrendo la strada dell’adolescenza, per diventare adulti. E con loro assistiamo alle conquiste e ai dolori tipici di questa crescita e della giovane età. Fra le numerose insidie della crescita alcuni di questi giovani virgulti vengono attratti, ammaliati, da alcune forme persecutorie che noi e gli sociologi etichettiamo “bullismo”. E il bullismo, che c’è sempre stato in verità (non certo cosa di cui vantarsi!), si declina in molti modi. Fra questi modi c’é il Pull-a-pig. In verità si tratta di una pratica per niente nuova, nota a molti di noi quando pensiamo alla nostra adolescenza e forse anche al nostro quotidiano. Dove c’è un gruppo di amici (termine assolutamente abusato) o comunque una cerchia ristretta di frequentazioni, scolastiche,  lavorative, o nel nostro social network preferito, può accadere ed è certamente accaduto un Pull-a-pig. Le vittime sono più frequentemente quelle persone, più spesso ragazze, in sovrappeso, goffe, impacciate, timide. Tipiche vittime di adolescenti,  ma anche di adulti, proprio perchè al di fuori dei canoni di bellezza, cari a questa nostra società. Quanti adolescenti, ma anche giovani adulti, vivono al di fuori di questi canoni dettati dal branco su cui “insistono” e di cui anelano l’accettazione, la considerazione, l’appartenenza? Quante di queste anime sono state vittima? Parliamo di soggetti già in crisi con sé stessi, con l’angoscia del non piacersi, del sentirsi inadeguati al vivere sociale, che tutti i giorni si sentono sotto i critici riflettori di coloro che frequentano. Si sentono costantemente osservati e si immaginano commentati. Tendono già all’emarginazione per evitare i non proprio teneri commenti a loro destinati: grassone, buzzicona, cesso, racchia, sfigato.
Su questo terreno di disagio psicologico si innesta il danno arrecato dall’essere vittima di un Pull-a-pig, che gli attori descrivono, in maniera superficiale, come un banale scherzo.
La forma più odiosa del Pull-a-pig riguarda la circonvenzione di una ragazza “curvy”, impacciata, “racchietta”. Viene circuita, magari dal maschio “alfa” del gruppo con complimenti, gesti di gentilezza e piccole attenzioni. Viene introdotta nella cerchia più intima di amici, generalmente a lei preclusa. Se ne ottiene la fiducia e, magari, la si corteggia portandola all’innamoramento. In qualche caso si arriva a consumare. La malcapitata, almeno inizialmente, qualche domanda se la fa: si chiede il perché di questo interesse, di queste attenzioni, delle lusinghe. Ma, pur non trovando risposte sensate, finisce per cedere a quello che magari aveva ambito, a quel ragazzo che forse era da tempo fra i suoi desiderata: lascia cadere ogni barriera e si abbandona al sogno divenuto realtà.

You are pigged!

E’ la triste e dolorosa realtà del dopo-sbornia. Era tutto falso, era una schifosa menzogna, anzi lo é sempre stato.  Con un banale sms si rende conto di essere stata al centro di un crudele atto di bullismo. Cercherà spiegazioni ma sarà semplicemente rimbalzata, senza ottenerne, e si vedrà esposta alla gogna del suo branco e non solo. Un episodio di Pull-a-pig ben riuscito finisce, al giorno d’oggi, in rete, sui social networks: non solo il racconto del carnefice, ma tutto quello che si era condiviso. Tutto assumerà una luce diversa, sembrerà solo patetico, ora che il Pull-a-pig si é compiuto. Una umiliazione, una gogna mediatica, un macigno su una situazione psicologica di per sé già fragile, se non al limite del disastroso. Alla vittima resterà solo lo scherno e la vergogna, poi arriverà la colpevolizzazione: non é quel ragazzo il bastardo aguzzino, ma sarà lei la stupida, la credulona, la cicciona, l’incapace. E si lascerà rodere, corrodere, consumare dall’autocommiserazione. Finirà per veder presto annientata la propria autostima, che era stata gonfiata a dismisura. E come tutti voli, più quota é stata raggiunta, più rovinosa e dolorosa risulterà la caduta. Si era illusa di essere appetibile, magari proprio perché “curvy”, come le modelle di riviste patinate,  per ritrovarsi nel luogo comune del “ciccioso non è bello”. I danni come si quantificheranno? Come sempre dipenderà dalle condizioni psicologiche preesistenti, dalla propria forza interiore residua. Bisognerà sopravvivere al proprio annientamento psicologico, ad un’ennesima crudeltà. E alla superficialità che ha generato tutto questo. La parte più spiacevole è quella che riguarda l’attore del gesto, di chi pensa che questo gioco sia solo un gioco, uno di quegli scherzi come se ne sono sempre fatti. Neppure tanto originale in verità. Solo che oggi il suo effetto verrà amplificato  dalla presenza di un social network: verranno generati commenti, considerazioni, giudizi spesso dozzinali e agghiaccianti. Una violenza per divertimento, una forma di bullismo, una tragica e devastante pratica figlia di quella superficialità e stupidità che continua ad accompagnare il nostro vivere sociale.

Non tutti riescono a sopravvivere.

« Older posts

© 2020 Arvid Journaling

Theme by Anders NorenUp ↑